I tre putti

Li guardavo e li ascoltavo, come un ingordo ladro di vita, quei due seduti al tavolino sotto il bersaglio delle freccette. Anche chi le stava tirando, facendo finta di nulla, aveva già da un pezzo buttato l’orecchio su quel tavolo, tant’è che c’erano più dardi infissi nel muro e nella povera civetta, imbalsamata ed appesa alla parete, che nel bersaglio. Il fumo nel locale annebbiava la vista ma non l’udito. Dentro il bar fumavamo tutti, compresi i capelli, quelli bianchi, i capelli cannuti. Ma erano tutti sintonizzati come i radar antimissile. Quei due si stavano raccontando una storia, mentre uno aveva un braccio intorno al collo dell’altro e l’altro la testa appoggiata come un soprammobile sui palmi delle mani, le quali, a cadenza non preordinata, fuggivano a rimestare una quantità industriale di capelli, scompaginando per bene il vistoso ciuffo che come un sipario si apriva e si chiudeva al termine e all’inizio di ogni atto. Era una storia d’amore, l’avevo capito. Tutti l’avevamo capito. E quasi tutti, facendo come se niente fosse, piano piano, lesti come delle faine da pollaio, si avvicinavano al tavolino dei due. Sembrava giocassero a un, due, tre, stella! Appena uno dei due si girava, tutti si bloccavano, rimanendo immobili in posizioni assurde. È infatti dura fare finta di giocare a biliardino mentre lo stai mantenendo a mezz’aria per spostarlo, così come è improbabile far credere che certe tuonate servano solo a spostare di quel cinin la pallina quando il flipper, in diagonale, ha già percorso la metà della larghezza del bar. Direi addirittura improponibile posizionare la Gaggia sul tavolino a fianco di quello dei due, inventando una location innovativa per la clientela amante del fai da te in tazza grande. Insomma, tutto il bar aveva accerchiato i due che neppure Alessandro Magno avrebbe strategicamente fatto di meglio. L’amore, questa cosa di cui tutti prima o poi viviamo, o moriamo, anche se solo apparentemente, poiché prima o poi tutti resuscitiamo. Folgorazioni, attese, errori, paure, rimpianti, gioie, nostalgie, malinconie. L’amore interessa tutti, anche quelli che hanno preso tre o quattro scappellotti, e che fanno finta di non interessarsene più, mai più. E te lo giurano pure. A loro dedico il racconto di ciò che ho visto, poiché, anche se qualcuno ostinatamente mi vuol far credere che l’amore sia un’invenzione dell’uomo, io continuo, altrettanto ostinatamente, a credere che l’amore sia nell’uomo, nel senso di umano, anche se talvolta quest’ultimo sembra essersene dimenticato. Ma torniamo a noi. L’incontro tra il pubblico non pagante e i due, quando si resero conto di essere sotto assedio, non fu eccessivamente elegante. Essendo poi la composizione della folla particolarmente maschia, neppure eccessivamente garbato. Fu infatti una miscela di sacramenti che si alzarono dalla terra per ritornare in cielo, ringhi umani e gestualità scomposte. Ed anche il maschio, quello “diverso”, fa così. Anche lui, come un frutto, prima di far vedere la polpa, ne mostra la buccia. In alcuni casi, invece, dovremmo imparare tutti a bucciarla via. Erano due maschi diversi. Lo sapevamo tutti ad Amoretto, tanto quelli che abitavano a di Sotto, quanto quelli a di Sopra. Fin da piccoli, quando l’ingenuità non lascia spazi ai dogmi, alle credenze e a tutte le altre impalcature che ci costruiscono e ci costruiamo intorno negli anni della nostra vita. Da piccoli ci si prende in giro davanti, i piccini più arditi azzardano qualche sussurro all’orecchio del miglior amichetto, mentre guardano furbescamente la preda. Da grandi ci si sparla dietro, è solo questa la differenza: la preda è, purtroppo, quasi sempre assente. Capita talvolta che addirittura da solo, l’umano avanzi dei sospetti, delle congetture e quanto di meglio riesce ad inventare su chiunque o quasi, con il tipico estro da deficiente che ogni tanto lo assilla, facendone un film che nessuno mai, tranne lui, vedrà. Ed io, per tutti quelli di Amoretto, ero quello un po’ matto del paese, anche se tutti mi sorridevano quando, per un motivo o quell’altro, mi trovavo in mezzo a loro. Ed infatti, da matto, ero stato l’unico a rimanere fermo dov’ero, vicino al mio buon bicchiere, compagno del tardo pomeriggio, ed una bella e calda gauloise tra le labbra, presente quella che ti fumi senza mai staccarla dalla bocca? Fu inevitabile il repentino silenzio dei due del tavolino, quando entrambi si sentirono soffocare dagli sguardi e dagli aliti di tutto il battaglione che li aveva praticamente quasi imbustati, nell’attesa spasmodica del finale, leccare un bel francobollo ed appiccicarglielo addosso. E quindi, quando i due smisero di parlarsi sottovoce, di accarezzarsi i capelli, di baciarsi le mani e le guance, passando dalla versione love a quella odio con ringhiosi canini in evidenza, la truppa, delusa mortalmente, ma accompagnata dalla fanfara di sacramenti già accennati, ripiegò in ritirata verso di me, sul bancone del bar, dove un bottiglione di amarone li stava già aspettando. Fu in quell’istante che uno spiraglio di luce si aprì tra la truppa, e lì si incrociarono il mio sguardo con quello di uno dei due, anche se ancora tremendamente imbronciato di cattiveria. Ma non importa com’è uno sguardo, non importa mai, e, se avete avuto la fortuna di provare questa meraviglia, lo saprete anche voi senz’altro. Tante cose cambiano dal momento nel quale parte e tante altre ne succedono fino a quando due si riescono a guardare negli occhi. Che chiunque ci abbia fatti deve averla proprio pensata bene questa cosa, considerato che abbiamo solo due occhi e che possiamo guardarne solo altri due alla volta. Un miracolo a due, o? “Mi fai entrare un attimo?”, gli chiesi mentre gli fissavo le pupille. “Lo sai,” gli dissi, “che noi umani siamo fatti come una casa, o forse un castello, o forse una fortezza, o forse una capanna, ma non importa come, ma dove?” “Dove cosa?”, mi rispose incuriosito. “Dove nascondiamo la nostra stanza segreta. Fammi entrare, e ti prometto che lascerò tutto in ordine” Parlavo e mi avvicinavo sempre di più, sempre di più, sempre di più a lui. E lui mi lasciò entrare. La strada che porta alla stanza segreta la conosciamo tutti, visto che chi più a destra e chi più a sinistra, chi più sotto e chi più sopra, ma tutti la costruiamo nei paraggi del cuore. E la chiave, tante volte, ce la dimentichiamo lontana da lui, più in alto, come lo scaffale dove mamma nascondeva la Nutella. La mettiamo in testa, la parte più alta di noi. Forse per questo si dice che andiamo fuori di testa per qualcuno: perché noi usciamo, quello prende la chiave e ci apre la stanza segreta. Mistero risolto. Magari! In quella stanza ognuno di noi ha tre paffutelli, tre angioletti, tre putti insomma, diversi, in ognuno di noi, a seconda di quello che noi diamo loro da fare. C’è Puttin, quello russo, bello cattivo, duro, c’è Fijo de Putta, quello furbo e c’è Puddhin, quello morbido, alla crema e cioccolato, buono. Dipende solo da noi. In lui c’era solo Puddhin. Questo lo avevo capito ancora prima di vederlo. Ma come sempre è stato davvero un bel viaggio. Che, se esiste uno sguardo, e funziona, la vita ha un senso. In mezzo alle sbicchierate di amarone si sentiva il fracasso del silenzio di quel guardarsi negli occhi e, per molti, l’imbarazzo di non esserne capaci, li portava ad abbassare la testa, quasi un segnale di sottomissione ad un qualcosa di così grande, che tutti abbiamo ricevuto gratuitamente, ma che facciamo ancora così maledettamente fatica ad usare. La vita ci dice di provare, ma non le diamo quasi mai ascolto. Il più delle volte giochiamo, curiosiamo, giudichiamo. E ritorniamo tutti a casa senza aver capito molto di chi ci sta accanto. Che la vita invece cos’è, se non una capriola sul mondo? Dove talvolta cadi, ma tutte le volte che ti rialzi ti accorgi che la terra, sempre, sta rotolando insieme a te. E, mentre lo fa, da chissà quanto, non ha mai giudicato chi è caduto tra di noi, nessuno di noi. Giro, giro tondo, casca il mondo, casca la terra… Tutti giù per terra! Ah già, queste, però, sono cose da bambini.

RT_20171023 ©

Inedito

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: