L’ombraluna e le sei sedie a sdraio

Anche sulla spiaggia di Amoretto a Mare esiste, d’estate, il sabato italiano. Un sabato libero, come la spiaggia.

E la gara, per accaparrarsi il posto migliore in riva al mare, inizia più o meno verso le due del mattino, al netto di quelli che, a mezzo di picchetto conficcato nella sabbia la sera prima, ci lasciano attaccato un giaguaro vivo al guinzaglio e di quelli che, nel corso dei secoli, hanno scavato un tunnel sotterraneo grazie al quale, mentre gli altri si menano per parcheggiare e scaricare tutto l’armamentario composto da quelle due o tre tonnellate di masserizie, li congiunge direttamente dalla cucina di casa alla pole position vista mare.

Poi capita che il giaguaro sbrana qualcuno che improvvisamente emerge dalla sabbia, ma fa lo stesso, sono dettagli trascurabili. Ecchecazzo, il giaguaro ha pure fame, dopo una nottata di guardia. Per tutti i ritardatari sono comunque garantiti ampi spazi di manovra all’ombra della pineta, dove però è necessario un machete ed una buona dose di spirito d’avventura per percorrere il chilometro che separa il verde resinoso da una rinfrescante sciacquata di palle a mare.

Il cerimoniale inizia con la piantata dell’ombrellone, anche in pineta, vaffanculo all’ombra. Ogni famiglia ha, questa è storia d’Italia, il delegato ufficiale a questa operazione cruciale. L’ombrellone garantisce sicurezza alle vettovaglie e delimita, con il passare delle ore, la proprietà, che si sposta come le lancette dell’orologio intorno al fulcro della primitiva impiantata, dovuto alle migrazioni circolari dell’ombra. Per capire esattamente che ore sono, in una qualsiasi spiaggia italiana, guarda dove è seduta la nonna di ogni famiglia. Non puoi sbagliare.

Alle stecche a raggiera sotto la cupola in cotonazzo, più o meno colorata con motivi che variano dal tinta unita all’universale dei fiori e frutti del pianeta, viene appeso di tutto, dal crudo di Parma al provolone con laccio, brache, filze di salamini, canotte, costumi e calzetti (solo quelli del nonno, il quale di mettersi i sandali scalzo non ne vuole neppur sentir parlare, che deve aver qualcosa di nordico nel sangue).

La piantata dell’ombrellone, pertanto, è questione strategica.

Alcuni esempi: Berengario, dell’ospedale il primario solitario, esegue una sabbiosa sottocutanea delicata; Ivo, in pensione ex porno divo ma ancora attivo, lo ficca dentro senza tante manfrine; Ada, casalinga disperada firmata Prada, punta sempre allo spazio vicino ad Ivo, ed Ivo non si tira certo indietro nel favore; Ernesto, guardia giurata fai presto sparalesto, assesta una decina di colpi di mitragliatore al terreno e, con estrema facilità, imbuca l’attrezzo appuntito; Elia, professore di stantìa filosofia, alla punta fa fare certi giri rotativi che sembrano non finiscano mai, tanto è vero che, quando finisce di impiantare l’ombrellone, è quasi già sera e tutti gli altri stanno battendo ritirata verso casa.

Comunque, dopo la piantata, segue l’innestata della parte superiore, fino quando arriva, finalmente, il momento di aprirlo, l’ombrellone, per sentire il sospirato click del fermaglione a scatto, che arriva, arriva, ma dopo quei dieci o venti tentativi e quei due o trecento bestemmioni. È questo il momento più bello, giacché sembra di essere spettatori di uno stormo di uccelli a terra quando iniziano a sbattere le ali per prendere il volo.

Impiantata, innestata, manca solo l’ancorata anti sommossa da eventuali sventate di libeccio. Qui le tecniche sono molteplici, dall’impilata di macigni alla base dell’asta, trasportati dalla vicina cava di marmi, alla tiratura di corde e cordini fissati a picchettate nella sabbia, per la gioia di chi poi ci inciampa come un ebete.

Sono previste anche le poli ombrellonate, quelle che dall’alto assomigliano ai cerchi nel grano. Le famiglie numerose dispongono infatti di un vero e proprio accampamento, costituito fino a trenta o quaranta ombrelloni, con disposizioni architettoniche tutt’altro che banali. Tappeti persiani distesi a terra e tendaggi decorati da sugo all’amatriciana, frittura di melanzana, pangrattato ed ovoprodotti, haremizzano mica poco l’incredibile scenografia.

Presa la posizione, grazie al sigillo ombrellonesco, nel mentre la nonna, seduta sulla sedia da regista rimane di guardia, il resto della truppa inizia a svuotare il container di famiglia, trasportando, dalla macchina parcheggiata al di là della pineta, in spalla fino all’agognata ombra, l’intero arredamento di casa o, più sommessamente, solo la cucina. Fuochi d’artificio enogastronomici iniziano a mostrare tutta la magnificenza dei loro colori: prima meloni vestiti da tre o quattro chili di prosciutto crudo e poi, dai contenitori di tutte le forge, dalle pirofile di tutti i materiali, esce pasta fredda ed insalata di riso, pomodori rossi, peperoni gialli e verdi, ripieni o solo grigliati. Poi tocca ai cinghiali allo spiedo, tra damigiane sotto ghiaccio di vino bianco ed ettolitri di birra che si ingargarozza bella fresca e leggera. Angurie grosse come mongolfiere e rutti che sembrano tuoni senza temporale chiudono la merendina prima del bagnetto. Che si sta leggeri, il sabato, al mare.

Ma quanto siamo belli? Ma quanto? Sotto gli ombrelloni stereo che sembrano jukebox swattazzano musiche semplici, popolari, e tutti ridono, scherzano, si divertono, tranne quando allo sciroppato di turno gli parte un pezzo di Young Signorino. Il giovanotto, smartphone compreso, fa sempre la fine del cinghiale.

Scambi di piatti, di panini, di bicchieri sempre pieni, di sorrisi, di abbracci sudati di sole, roba semplice.

E poi arriva anche la Ramona, del paese la più tetteculonebona, pareo trasparente, costume di filo interdentale color pelle. Lei arriva alle sei del pomeriggio, per fare la preghiera al sole che fa meglio alla salute, sgranocchiando un gambo di sedano crudo e sculettando che la farfalla tatuata sulla chiappa destra sembra che voli veramente. Ha il colore della Nutella. E, neanche a dirlo, tutti i maschi, spiaggiati, si ritrovano improvvisamente a ciucciare un cucchiaio da brodo. Ma gli schiaffoni delle mogli e delle fidanzate iniziano a sventolare come le bandierine tibetane ed un momento di brezza rinfresca il torrido e testosteronico momento pomeridiano.

La festa finisce verso le sette di sera, con il cielo che illumina ancora bene ogni cosa sulla terra.

Tonnino il bagnino birichino è fissato a lucchetto sul trespolo in legno al centro del massacro, permanentemente allerta, e binocolato. Dice di aver visto una pinna dorsale di squalo nel ’78 e da allora non è mai più sceso a terra, se non per mangiare. Mangia solo d’estate. Le altre stagioni per lui non esistono e quindi non se ne preoccupa. Vive con gli avanzi che raccoglie sulla spiaggia. Per questo la spiaggia di Amoretto a Mare è la più pulita di tutto il Mediterroneo.

E poi, dopo aver pulito tutto, prepara le sei sedie a sdraio, colorate, senza ombrellone, poiché aspetta l’ombraluna. Questa sarà la scenografia del suo spettacolo di questa sera: Rossa, per chi nessuno affossa; Gialla, per chi fa fatica, ma nuota, per restare a galla; Verde, per chi nel nulla non si perde; Viola, per chi ama una persona alla volta, ma una sola; Rosa, per chi non si auto scatta in posa e Celeste, per chi di tronfiaggine mai si veste.

Sei spettatori, la luce dal cielo, la musica dal mare e le parole dal dentro che c’è in te. Che se vuoi venire, nessuno ti manderà via.

RT_20180714 ©

Inedito

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: