Mica vero che il cappellaio era matto

Non staremo qui, vero, quasi a dicembre, a far troppe differenze tra cappello, berretto o copricapo? Che tanto, ma già lo sapete, non serve a nulla. Che tanto è come quella dell’abito, stessa storia, lo sanno tutti che non fa il monaco. Quindi non per essere ACIDARO e neppure troppo poprockettaro alla BASCO Rossi, ma con tanto di BERRETTA (no, dico, il freddo che fa lo sentite?!) ben assestata fino sopra le orecchie e ben lontano da tirare o prendere mazzate, anche se col BERRETTO DA BASEBALL, vi racconto una storiella, come un puffetto col BERRETTO FRIGIO (una specie di BERRITTA sarda, ma con la punta afflosciata in avanti, non all’indietro). E’ la storiella di una BOMBETTA innamorata. Si chiamava BOONIE HAT, una guerrigliera del cuore, ‘sta gnometta tanto bellina, la più carina di tutto il bosco e del sottobosco, quel posto da dove provengono quei profumi che qualcuno tira fuori, quando fa il fico con un bicchiere di vino sotto il naso, anche se non ci capisce nulla. Lino, detto il borsa (chiacchierone pesantissimo), per gli amici BORSALINO, affetto dalla sindrome di C – CROWN, poverello, ed il suo amico di merende CAMAURO, nel senso che non andava mai un po’ più in là del minimo necessario per stare al sicuro e stava, appunto, sempre ca’, erano i due suoi maggiori spasimanti. Ma, tranne loro, tutto il circondario sapeva che Boonie a tutto pensava, meno che a loro due. Non sapendolo, o forse, più ragionevolmente, facendo finta di non saperlo, ogni volta che la incontravano mettevano in piedi una CAPIGLIARA tale che lo spettacolo all’aperto, senza pagare alcun biglietto d’ingresso, era garantito anche al resto del popolazzo. Lino travestito da contadino cinese, con il CAPPELLO A CONO DI PAGLIA, Mauro senza il cavallo, ma con gli stivali speronati ed il CAPPELLO DA COWBOY, le offrivano i migliori frutti del loro raccolto, quand’anche si travestivano da contadini con il CAPPELLO DI PAGLIA, pensando, ma solo e sempre tra loro, in segretissimo silenzio: “Io, prima o poi, questa me la CHULLO…” E, dal CILINDRO, come dei maghi, ne facevano uscire di ogni, pur di attirare la sua gradita attenzione. Una volta, esagerando, volando assai in alto, a tutta velocità in mezzo ai loro sogni, dal cilindro uscì pure una CLOCHE di un vecchio aeroplano tedesco. Ma COLBACCO che lei ci stava, con ‘sta COPPOLA che se li filava. Orchestravano, suonavano, musicavano, addirittura lo spartito che rese famoso per la prima volta il grande Caruso, ma neppure la FEDORA le piaceva. Sicché, visto che con le buone non funzionava, uno con la napoleonica FELUCA e l’altro con il – che adesso l’aggettivo non si sa se si può dire o no, quindi non lo dico – FEZ, si armarono in battaglia, FITTED di tutto punto, attrezzati, insomma, per finire in GALERO. Ma niente, porco GIBUS, niente da fare. KEFIAH in certi casi, che fare? O vivi o KEPI. O vinci o ‘sta KIPPAH, no? A loro sembrava una cosa talmente LOBBIA. Pensarono, insomma, che era finito il tempo dei balli in MÁSCARA e, con un MITRA a tracolla, iniziarono la perlustrazione del bosco a NORD-OVEST (o SUD-OVEST, non ricordo bene). Obiettivo: rapirla, e bon lì. Ma era come cercare un ago nella PAGLIETTA, come cercare una che si chiama PAMELA a PANAMA, una PAPALINA in mezzo ad una festa satanica, un PASSAMONTAGNA in riva al mare. Insomma una cosa non facile, cercare, seguire gli indizi, che noia. E poi, troppa minuziosità, troppa pignoleria, che barba, non stavano cercando il PILEO nell’uovo, stavano cercando lei. Ma PORK PIE! O per SATURNO, se preferite, ma dove cavolo si era nascosta? Stavano proprio facendo la figura dei cappelloni, poveri. “SHAKÒsa?”, disse Lino ad un certo punto, “se fosse fuggita in montagna?” “Ma se neppure SHASHIAre, deficiente!”, Mauro di rimbalzo, stanco, stufo ed anche un pochino seccato. Si stavano guardando negli occhi, Lino e Mauro, quando capirono, finalmente, di essere una persona sola, fatta di una parte sognante, temeraria e volante, e di un’altra razionale, paurosa e bloccante. Ma due cose, molto di rado, insieme, stanno sotto lo stesso cappello: esperienza ed illusione. Chi le aveva tutte e due, come lui, doveva finirla di fare un giro di cappello, stile mendicante a sollecitare soltanto l’elemosina. Dunque, con mano spavalda se la spostò, la STUPIDA, sulle ventitré. Basta con le tare mentali, basta soprattutto con la peggiore TIARA, quella che gli diceva di non essere, o di non sentirsi, all’altezza. Solo un TOCCO di sentiero lo separava da casa di Boonie. Ci andò. Bussò alla porta: TOCQUE, TOCQUE BLANCHE! E lei gli aprì. E con un bel sorriso pure. Lei quello stava aspettando, non le magie in mezzo al bosco e davanti a tutti. Lui si trasformò in un piccolo principe, TURBANTE compreso. Mentre, come per magia, ma di un altro tipo, un bacetto dolce, a tutto turbozucchero, uno ZUCCHETTO, si incastrava esattamente tra le loro labbra. Tanto di cappello a chi ci crede, ancora, nelle favole che l’uomo è capace di inventare. Doppio chapeau con cardioavvitamento a chi riesce pure a viversele.

Grazie a loro, gli interpreti del racconto (in ordine alfabetico): Acidaro, Basco, Berretta, Berretto da baseball, Berretto frigio, Berritta, Bombetta, Boonie hat, Borsalino, C-crown (con calotta per la testa in cima alla corona), Camauro, Capigliara, Cappello a cono di paglia, Cappello da cowboy, Cappello di paglia, Chullo, Cilindro, Cloche, Colbacco, Coppola, Fedora, Feluca, Fez, Fitted, Galero, Gibus, Kefiah, Kepi o Chepí, Kippah, Lobbia, Máscara (di provenienza e fattura simile al chullo, ma atto a coprire tutto il volto, con due fori per gli occhi, uno per il naso e uno per la bocca), Mitra, Nord-ovest (o sud-ovest), Paglietta, Pamela, Panama, Papalina, Passamontagna, Pileo, Pork pie (corona ovale e stretta falda curva), Saturno, Shakò, Shashia, Stupida, Tiara, Tocco, Toque, Toque blanche (berretto da cuoco), Turbante e Zucchetto.

RT_20171208 ©

Da Filastroketistruck – Raccontelli e Filastrocche – 2017 – ISBN 9788892337435

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