The game of the years (Partit’one ne arriva n’artro)

Il cielo, questa mattina, nonostante l’inverno, aveva un colore straordinario. Non ce l’ho fatta a non guardarlo. Era di un blu carta da zucchero. Capirai, carta e zucchero: per me è stato come ricevere un segnale. Un picchiettio sulla spalla da chissà dove, da chissà chi, mi ha fatto venire in mente la carta, quella roba per me tanto preziosa, anche se, ma non lo faccio apposta, ve lo assicuro, ogni tanto la imbratto, felice come un bimbo con il suo più bel giocattolo, quando nessuno lo guarda e può fare davvero ciò che vuole. Giacché è un gioco, anche se magari nessuno di noi ha proprio le carte in regola, allora mescoliamole queste carte, con la speranza di non rompere il mazzo a nessuno, e giochiamo, giochiamo e basta, quando giochiamo, se ne abbiamo ancora la voglia. O la forza, mi direte.

Loro, le carte, dicono che di forza ne abbiamo ancora, se vogliamo. Per questo mi hanno invitato da loro, per il classico partitozzo di Capodanno. Io ci vado, sarà un partit’one, un partitone, anzi, un partiTonno, considerato il soprannome che mi porto dietro. Loro mi hanno dato carta bianca e quindi invito anche voi, tutti quanti. Mi hanno detto che chi ci andrà si siederà pacifico a quel tavolo, che di posto ce ne sarà per tutti, tranne che per i cartomanti, quelli che vedono il nostro futuro facendoci le carte, i maghi o i prestigiatori, quelli che con le carte ci fanno i trucchi.

Non voglio imbrogliare le carte, quindi, se accetterete l’invito, non mandateci la vostra copia, quella ricalcata con la carta carbone e neppure quella parte di voi troppo arrabbiata, quella che sembra della carta increspata. Promettetemi invece che non sarete troppo rigidi, che lì si gioca a carte, non a cartoncini. A cartoni non se ne parla neanche, quelli sono ammessi solo se animati.

Quindi mi raccomando, siate di grammatura leggera, di spessore quasi inesistente, tipo la carta velina, che basta una goccia per passare dall’altra parte, e non importa se sarà una lacrima, che ne esistono anche di gioia, no?

L’invito è, per chi vorrà esserci, alle SETTE E MEZZO di un giorno qualunque, non servono carte geografiche per arrivarci, in cima alla torre più alta di un SOLITARIO castello di carte. Basta solo partire. Quando saremo nei pressi ce ne accorgeremo, nel cielo lassù volano delle cosette che sembrano delle streghe, ma non lo sono, non dobbiamo temere, non hanno la SCOPA. Sono bianchi, con le ali. Per alcuni, o forse per tutti, sarà una camminata su una strada efferrata, apparentemente inumana, una sorta di CHEMIN DE FER. Ma, dopo aver attraversato l’ultimo BRIDGE, un ponte fatto solo di cartapesta, quello che collega le due parti di noi, senza aver paura dello strapiombo che c’è sotto, che è un BURRACO dove se cadi ci rimbalzi e torni dov’eri prima, troveremo una rampa di SCALA 40, un po’ irta, d’accordo, ma alla fine saremo arrivati. CANASTA di posto è, mi chiederete.

Nessuna paura, un maggiordomo molto gentile, omino piccolo e tutto di rame, un RAMINO, ci attenderà davanti al portone e ci chiederà la parola d’ordine, la frase segreta, per poter essere ammessi. La frase è: “non la so”, non dimentichiamocela. Saremo i benvenuti al tavolo verde, verde erba, mezza bagnata di rugiada, quella che al mattino se ci cammini sopra scalzo e, addirittura, ti venisse la voglia di piegarti, anzi di sdraiartici sopra, per annusarne il profumo, ti fa venire in mente che razza di regalo ci hanno fatto, a tutti quanti, quando hanno deciso di mandarci a vivere su questo pianeta, la Terra. Un dono senza la carta da regalo, senza carta da pacco, non so se mi spiego.

La matta e il jolly, che non fanno parte, lì, delle carte da gioco (non sono ammessi i colpi di culo), ci offriranno l’aperitivo, un freschissimo miscuglio a base di shakerata alla prugna, agrumato con TAROCCHI di Trinacria. Non temete, c’è poca prugna, la carta igienica possiamo anche lasciarla a casa. E siccome a nessuno piace il gioco delle tre carte, oltre alla matta e al jolly, pure l’asso di picche (quello che ogni tanto ci viene proposto dritto davanti al muso da qualche principe del foro, lo spavaldo e quel tantino egoista MACCHIAVELLI di turno) è stato tolto di mazzo, visto che fa l’addetto al guardaroba, alla nostra destra, appena entrati, dietro un séparé di cartone ondulato. Lui ci chiederà tutti i nostri vestiti, che lì si gioca nudi, come quando ci piace dare i bacetti a chi ci fa venire la voglia di farlo. Voi dateglieli. I vestiti, non i bacetti. Se ci arriveremo, ce ne accorgeremo, che nessuno ci guarderà strano se lo faremo. Serve solo affinché qualche furbetto, qualche faccia da BRISCOLA, non RUBAMAZZETTO a qualcun altro, o peggio, sfili qualche improbabile asso dalla manica. Lì, col cASSO PIGLIA TUTTO. Lì nessuno STOPPA nessuno, nessuno fa il MERCANTE IN FIERA, nessuno si mimetizza con la carta da parati, non servono la carta adesiva che copia e incolla, la carta patinata, quella perfezione esteriore e apparente, e neppure la carta chimica, lì non avvengono reazioni strane. E nemmeno la carta termica o quella da forno, lì nessuno si surriscalda o viene incenerito se sbaglia, nessuno viene bruciato, nessuno annerito, trasformato in BLACKJACK. Lì non serve molto, basta davvero POKER, quelle TRESSETTE cosette a posto bastano e avanzano.

Che qui dove siamo ora, invece, sulla carta siamo qualcosa che, forse, in pratica, non siamo. Quante volte teniamo la carta bassa, nascondendo persino a noi stessi le nostre intenzioni, quante volte cambiamo le carte in tavola, quante volte facciamo carte false e quante volte, apposta, solo a nostro vantaggio, ci giochiamo una carta?

Lo so che il viaggio al castello ci fa un po’ paura, lo so, fa paura anche a me. Ma se invece ci andassimo al castello, se accettassimo il loro invito, quello di andare a mettere le carte in tavola, giocando a carte scoperte? Io ci vado. Ci vado, lì dove nessuno vince e nessuno perde, come di rado capita anche nella vita. Lì dove non c’è bisogno di alcuna rivincita, dove non c’è andata e ritorno, spareggio, dove non si contano i punti, non essendoci classifiche o graduatorie, dove il gioco è solo un’andata, infinita, finché non sarà finita per davvero. Lì dove non si cambiano le carte in tavola, semmai si scambiano, riponendole in qualche cassettino e sostituendole, sul tavolo, con una bella tovaglia bianca e profumata di fresco, apparecchiata con piatti di porcellana semplici, senza ghirigori o fiori pitturati per finta, con l’argenteria, posata, quella migliore che abbiamo, e la luce dei bicchieri di cristallo, riempiti fino all’orlo di perlage dorati o di rosso dei rubini.

Poi, quando è tutto pronto, accendiamo lo stoppino della candela che abbiamo più dentro, noi sappiamo dov’è. E via così, mangiando alla carta, non il menù a prezzo fisso né, tantomeno, quello turistico, ma ciò che il nostro chef ci consiglia, che ne so, tipo BACCARÀ con la polenta, lasciando la libertà a tutti coloro i quali alcune cose ancora riescono a vederle, a sentirle, di vedere la nostra luce e di sentire il nostro calore, senza nessuna vergogna.

Semplice, reciproco, inspiegabile.

Che siamo nati pure per questo, giocatori, anche se ci sembra di avere, in mano, non sempre buone carte da giocare. Non è questo il problema, chi se ne importa, tanto, le carte che abbiamo, non le abbiamo mica in mano.

E, dopo aver mangiato e bevuto il meglio di quello che possiamo fare, senza per forza dire, dopo aver giocato tutte, ma tutte sul serio, le carte, allora sì, sazi ed ubriachi di bellezza, ritorneremo qui, a casa, e, stravaccati in poltrona con lo stuzzicadenti, alla maschio, tra i sorridenti, potremo dirci, anche, Buon Anno.

RT_20171210 ©

Tratto da “Filastroketistruck” – ISBN 9788892337435

Ma esiste Babbo Natale? Oh sì, e meno male

Va bene, è senza nastro, ma pure senza carta regale,
ben più semplice, ma meno, rispetto ad altro, banale,
questo modestissimo, ma per voi, pensiero di Natale.

Appoggiato con i gomiti sul davanzale legnoso – ma profumoso ed ammorbidito dalla schiera di maglioncini di lana impilati al sapone di Marsiglia – della piccola finestra che dalla cucina dava sull’orto all’esterno, imbiancato e sepolto dalla tanta neve di quell’inverno, lui non sapeva ancora chi sarebbe diventato. Un moccolo di candela, con la poca luce dalla sua flebile fiammella, davanti al vetro appannato di dentro e ghiacciato con tante stelline che lo decoravano di fuori, faceva riflettere il suo volto, sostenuto dalle sue grandi mani, che gli increspavano la ciccia delle gote rosse da sopra la barba fino a sotto le palpebre, sormontate da sopracciglia poderose. Un abbraccio delicato, da dietro, della moglie, lo rifece tornare con i piedi, anzi con gli scarponi, a terra. Klaus, un omone grande e grosso, barbuto, faceva il taglialegna fin da bambino, un lavoro che, nella sua famiglia, si tramandava da secoli da padre in figlio. Ogni anno, la sera del 23 di dicembre, uguale. Davanti a quella finestrella, con il suo ditone indice, ripassava, dopo averle scritte, le iniziali di alcune parole che, la sera seguente, avrebbe regalato ai suoi figlioli, insieme alla loro mamma. Faceva così per non dimenticarsele, quelle parole. Già, perché, in quel tempo, la tradizione voleva che i genitori raccontassero, dopo cena, delle favole, prendendo spunto solo da una parola. Ma ogni volta dovevano essere diverse e, soprattutto, sconosciute ai piccini. Avevano undici figli, tre femmine ed il resto della banda maschi. Capirete che la cosa non era così semplice. Questo, però, era il loro modo, allora, di fare i regali. Donare fiabe, sogni, ed al contempo sentire il cuore scoppiettare di gioia nel vedere i piccini imbalsamati, a bocca aperta e con gli occhietti vispi, sgranati ad ascoltare. Quella sera, mentre mangiava, continuava a guardare quelle otto lettere segnate sul vetro della finestrella. Ne mancavano tre. E di giorni, invece, ne mancava solo uno. Per la prima volta in vita sua era andato lungo e, di ciò, non riusciva a darsi pace. La moglie lo guardava, nei loro sguardi passavano megabyte di messaggi d’amore, anche se lei non era per nulla preoccupata. Otto parole, secondo lei, potevano anche essere divise per undici, un po’ per uno, come si dice, non fa male a nessuno. Lui no, invece. Undici erano, ed undici parole dovevano esserci, belle, come sempre, una per ognuno e undici, ma undici, però, per tutti. Solo punti di vista, non di sutura. Quella sera, mentre leggevano un libro, ai piedi della luce e del calore del caminetto, una dentro l’altro, lei sentiva lo scarpone destro di Klaus che trotterellava sul legno delle assi del pavimento. “Cosa c’è Klaus?” gli chiese. “Vai a farti un giro nel bosco, c’è il chiaro di luna, magari quelle tre lettere che mancano le trovi”, gli disse. Klaus non aspettava altro, si infilò dentro il cappottone di lana, fissò bene in vita il cinturone nero con fibbia dorata, del nonno, ed uscì. Che strana la neve fresca, con il suo profumo freddo, quella cosa che quando cade non fa rumore, ma quando la pesti scricchioleggia che è una meraviglia, quasi ti volesse dire che le stai facendo male. L’esatto contrario di noi umani, che quando cadiamo facciamo un casino industriale, ma quando ci pestano rimaniamo in silenzio, il più delle volte. La luna davvero abbagliava il bosco, quella notte, di luce riflessa, dal sole. Tranquilli, anche allora le palle erano tre, Terra, Sole e Luna, quelle visibili da noartri. Che vi sto raccontando una favola, mica una balla! Quel bosco Klaus lo conosceva come le sue tasche, non aveva paura di nulla, neppure di notte. Infatti quando incontrò quei due orsi di Yoghi e Baloo, li salutò con un arRevenant, mica no. Tra gli aghi dei pini, mezzi incastrati dal ghiaccio, che sembravano diamanti luccicanti nel cielo, in gara di bellezza con le lucine, quelle che chiamiamo stelle, cercava quelle tre parole. Oh, se le cercava. Di parole ce ne sono oggi e ce n’erano anche allora, se ce n’erano, anzi Ce n’erentola, per la precisione. La bellina senza una scarpa lo guardò e capì, seduta stante, che forse era il caso di chiamare la sua amica fatina. Peter Pan, appollaiato su un ramo appena più in alto rispetto a loro due, tirò una flautata di richiamo fatale, a milleduecento watt, così forte che alla sua perennemente innamorata compagnuccia, quella piena di brillantini luccicosi e con le alette che si muovono come quelle dei colibrì, scappò una volgarata antidisneyana, una roba tipo “Ma che cazzo ti sTrilly!?!” Peter nascose il flauto dalla vergogna, però contento di avercela fatta. Era infatti arrivata, una fata. Ma non era ciccetta e carina, tutt’altro, con pure un pizzetto capretto attaccato al mento. Però aveva un non so che, una specie di X Factor. Minchia, era la fatta Morgan. Tutta vestita di nero, si rivolse con uno sguardo da vampiro al povero Klaus bisbigliando a voce roca: “Che hai Klaus? Ti vedo preoccupato, cupo, oserei dire triste”, il tutto condito da una mossa sfarzosamente melliflua. “Non riesco a trovare le tre parole che mi mancano”, rispose l’omone, “che razza di padre sono, domani sera cosa regalerò ai miei piccoli? Ho addosso ‘na tale paura, ‘na tale ansia, ‘na tale angoscia” mentre la fatta Morgan lo guardava con un ghignetto di superiorità. Che pena che le faceva. Dopo averci riflettuto un attimo, sparò l’incantesimo: “Senti un po’, ah bello! Sei grande e grosso, sei padre, tanto amorevole, non temere di ciò. E basta con ‘sta ‘na tale deqquà e dellà. Quindi sarai Babbo, e ‘na tale, visto che ti piace così tanto! Babbo ‘na tale, e bon! Ed ecco il mio sortilegio: fino alla fine del mondo, fino a quando ci sarà anche un solo bambino che crederà in te, tu, ogni anno, alla sera del 24 di dicembre, porterai a tutti loro il tuo pensiero, la tua favola, e lascerai loro liberi di sognare tutto questo e quanto altro desiderino fino a quando non ne saranno stufi” Tutti un po’ scontenti, i presenti, dell’incantesimo. Nessun rumore, nessun botto, nessun colore, nessuna trasformazione, solo una frase e basta. Che tirchia, ‘sta fatta Morgan! Hänsel guardava Gretel, Pinocchio ficcava il naso in un occhio di Little John mentre cercava di non farsi vedere a ridere con Robin Hood, la Bestia prese la Bella per mano dicendole: “Annamosene a casa va’, che qui lo spettacolo è finito ancora prima di cominciare…” Persino il Re Leone, delusissimo, si lasciò scappare: “Ok, hakuna matata, ma che razza di fata…” Al che Morgan, ferita nell’orgoglio, tentò di riparare immediatamente. “Bellina!”, disse rivolgendosi a Cenerentola, “Tira un po’ fuori la zucca e quei due o tre sorcetti, che vi faccio vedere…” Ma non c’erano né i topini, né tantomeno l’ortaggio arancione. “Vabbè, fa lo stesso, ci penso io!”, leggermente irritata dal disguido. Si chinò, raccolse da terra una pigna, l’intera figliolanza di Bianca e Bernie, lanciò il tutto in aria e con un colpo di bacchetta mai visto prima, sparò una tuonata di tutti i colori scortata da tanto di botto in accompagnamento. Un “Ohhhhhh!” di tutti, tranne quello di Klaus, che già aveva immaginato di ritornare a casa, dai ragazzi, su una carrozza principesca trainata da una tripla pariglia di cavalli bianchi. Sai che sorpresa… Seee, bonasera! Morgan lo fece ripiombare nella realtà, dicendogli: “No, ma, spiegami un attimo, dove vorresti andare con una carrozza in mezzo al bosco con due metri di neve, fenomeno! Sarà ben meglio una slitta e ‘ste pelosone cornute, che volano pure, o no?” “Come volano?” chiese Klaus sbigottito. “Forse non ci siamo capiti. Come pensi di andare a casa di tutti i piccini in una sola notte? In carrozza, via terra? Rischiamo di farli diventare nonni, quei bambini, o?” Ma c’era ancora qualcosa che non andava, scenograficamente parlando, per Morgan. “Naaaaa, così vestito, caro Klaus, sei poco credibile, dove vai con quei pantaloni di velluto a coste non larghe, di più, alla zuava, scarponi, cappottazzo di lanona a quadrettoni?” La fatta si girò, cercando in mezzo al pubblico e, appena scorse il Gatto con gli stivali, lo guardò dritto negli occhi e gli disse: “Gattone, vieni un po’ qui, ecco, bravo, c’era una volta il Gatto con gli stivali…” Il gatto diventò matto dalla rabbia, talmente matto che prese parvenze invisibili, a momenti. Ma questa è un’altra storia, quella di Stregatto con Alice ed altre meraviglie, Paese compreso. Cappuccetto Rosso, che già aveva svuotato il cestino destinato alla nonnina mentre si godeva lo spettacolo, se la stava ridendo con gusto. E fu in quel preciso istante che Morgan, anche per ripristinare quell’attimo di decoro, le chiese la mantellina rossa. “Eh no!” sguaiò il lupo. “Non vale! Che fine fa la favola, senza la mantellina di Cappy?!” La fatta Morgan lo incenerì con lo sguardo ed il lupo perse il vizio, ma non il pelo, che gli diventò bianco dalla strizza. Un’altra magata e Morgan, con arte sartoriale indiscutibile, confezionò giacchetta, pantaloni, ed un bellissimo cappellino con pom pom, rosso come il colore del cuore, il tutto orlato di pelliccia bianca, quella gentilmente offerta dal lupo. Il cinturone, quello nero, si intonava perfettamente al colore degli stivali e, pertanto, fu l’unico accessorio che rimase, in originale, addosso a Klaus. E niente, toccava ora provarla, la slitta con le renne. Non ci fu nulla di più semplice, Klaus pensava di volare e le renne volavano, Klaus pensava alle stelle e le renne lo portavano talmente vicino a loro fino quasi a scottarlo, Klaus pensava alle tre parole che mancavano e le renne, volando, gliene facevano raccogliere a centinaia. Poi Klaus pensò ai suoi bambini e le renne lo riportarono a casa, la sera del 24 di dicembre. La moglie di Klaus, nel frattempo, da sola a badare a undici marmocchi per più di un giorno, per la pazienza dimostrata nell’aspettarlo, senza fretta, senza preoccupazioni, né timori, fu promossa Santa subito da quei quattro cherubini che dall’alto del cielo assistevano divertiti e compiaciuti a quanto stava succedendo. Santa la moglie di Klaus, di seguito abbreviato in Santa Klaus e basta, appunto. Ora lo sapete anche voi il perché, tanto per intenderci, dire Babbo Natale o dire Santa Klaus, è la stessa identica cosa. Le parole che regalarono ai loro figlioli, quella sera, furono meravigliose: coraggio, gentilezza, fantasia, comprensione, fiducia, pazienza, amore, tenerezza, generosità, contentezza e felicità. Regali di parole, scritte, lette, ascoltate. Ecco perché, forse, ai bambini piace ancora così tanto scrivere la letterina a Babbo Natale. Ecco perché, forse, prima di spedirla, se la rileggono cento volte, per essere sicuri di aver detto tutto. Così, cercare di vivere senza pensieri, in un modo molto somigliante alla concezione di leggerezza di un grande scrittore, anche di fiabe, Italo Calvino, quando ci scrisse: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Planare dall’alto, bello, no? Ora vado, che la slitta con le renne di Klaus stanno per planare, ancora una volta, anche qui, vicino a me. Perché a me, non so a voi, piace crederci ancora. Allora provo a guardare dietro la carta che avvolge il mio regalo, che forse ci trovo scritto qualcosa. Se c’è, è lì, tra la carta e il dono. Che non è tanto il regalo, ma tutto quello che gli gira attorno. Che poi, alla fine, è un po’ come quando ci scappa una lacrima. Che non è tanto per la lacrima in sé, quanto per quello che ce l’ha fatta uscire fuori, per tutto quello, appunto, che le gira intorno

RT_20171221 ©

Tratto da “Filastroketistruck” – ISBN 9788892337435
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: