Ma cos’è ‘sto Poesiandovai?

E’ il mio blogghetto degli appunti… Scrivo strafalcioni e disegno scarabocchi, fin da giovincello, essenzialmente per assaporare un non so che di libertà, facendolo. Le parole ed i colori sono tante e tanti, così tante e tanti, che è davvero meraviglioso trovare, quando riesco a farlo, quelle più giuste e quelli più belli per descrivere ciò che immagino. Loro, le parole ed i colori, giocano a nascondino. E così, per gioco, alcune volte si fanno trovare, che sembra quasi lo facciano apposta. Lo scrivere e il disegnare, ancora oggi, mi ricorda di osare, di proteggere scelte consapevoli, di narrare con coraggio le mie idee. Cerco le parole, le metto insieme, alcune volte le storpio appositamente, creandone delle nuove, con l’illusione di poter ricreare il mondo, come vorrei che fosse. Lo stesso faccio con i colori. Se questa o quella visione sia migliore o peggiore della realtà contingente non mi interessa più di tanto: quando scrivo o disegno, per divertimento, sogno, altrimenti farei il reporter o il geometra, che sono altre cose. Purtuttavia, anche se viviamo nell’epoca del verso libero, alcune volte mi incaglio volentieri tra le rime, tipo un architetto intento a disegnare una casa non sbilenca, leggo e rileggo i classici, una sorta di matesi, voglia e desiderio di apprendere, di imparare. Mi viene in mente la poesia Le Rime di Eugenio Montale, scusate. Cerco di ricordarmi di vivere, prima di scrivere, e non il contrario. Quando non provo nulla taccio, non mi sforzo ad indossare i panni di qualcun altro, vivo e basta, che non è poco, che si fa fatica, talvolta. Così facendo, rischio di non sapere di plastica. Cerco di ricordarmi sempre di leggere il tempo in cui vivo, anche se terribilmente attratto dall’indole e dall’animo umano, questioni senza tempo. Quindi talvolta un paio di righe le scrivo, pensando anche alla politica o al DNA, agli algoritmi o al big data. Semplice, ma al contempo inspiegabile. Che ogni tanto ritorniamo, piccole donne e piccoli uomini, dentro il nostro letto, a desiderare gli sfondi di una fiaba che ci raccontavano a passi lenti, dentro un vecchio libro. Su di un foglio di ricordi, come bimbi, continuiamo a disegnare sulle pareti di una camera diversa, e distante. Con retini immaginari, a caccia di farfallettere. Allora, da piccini, ci appariva come il film più incantevole di sempre, la luce fioca, parole lente e sussurrate, parecchia gioia e tanta bellezza, così a buon mercato. Ora è come un vecchio ritratto, per grandi, grandi bambini. Ma rimane sempre la sua bellezza, inalterata. La sua bellezza universale. Ora, come allora.


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