A’ggeni! (Oh, geni!)

A’ggeni! (Oh, geni!)

Era quasi come in questo tempo, tempo di cappelletti in brodo, ma s’erano dimenticati i cappelletti e quindi fu solo brodo, ma primordiale. Tutto ciò che ancora doveva venire a galla sguazzava libero, in allegra compagnia. Molecole più o meno aggregate facevano la corte agli atomi single, battitori liberi, senza legami, senza vincoli. Ed anche se nessuno di loro ci aveva capito ancora nulla, erano già me, te, lei, lui. Eh già, non lo sapevate? Che dentro quel brodino tiepido si incontrarono per la prima volta, in ordine alfabetico, così nessuna di loro se la prende, Adenina (A), Citosina (C), Guanina (G) e Timina (T). Quattro, che sembrerebbe una roba da trazione integrale. La realtà è che furono e sono, decisamente, qualcosa di molto di più. Ma tanto, di quel molto, di più. Tanta roba. Tanto di più, che è da lì che deriva il sostantivo genialata. Queste quattro cosette, tanto per farvela breve, gettarono le basi azotate addosso ad uno zucchero che passava di lì per caso, il deossiribosio, il quale, scansandosi, disse loro: “ma che fate, mica fosfato io!” Una comitiva di atomi di fosforo, lì nei paraggi, sentendosi coinvolti, si unirono tra loro formando, con un attacco di creatività degno del miglior markettaro, il gruppo fosfato, e via, senza fare tante manfrine. E bon, fatto il genoma. Che poi ‘sto genoma sarebbe l’insieme di tutte le informazioni genetiche depositate nella sequenza del DNA, contenuto nel nucleo delle cellule sotto forma di cromosomi. Fantasioso, elicoidale, artistico, simpaticone, il DNA non poteva durare a lungo così, bello libero e per gli affari suoi. Eh no! Fu arrestato, dalla Troika di allora, sotto forma di un lungo filamento a complessa struttura tridimensionale e rinchiuso, dentro il cromosoma. E fu chiamato acido deossiribonucleico. Fine dei giochi, sembra una bella Direttiva da Bruxelles, anzi peggio, un bel Regolamento immediatamente vincolante per tutti i membri, e stop, ma solo apparentemente. La Direttiva o il Regolamento, infatti, come del resto tutte le norme, non potevano prevedere l’imprevedibile. E l’imprevedibile fu, e vaffanculo alle regole. Che il DNA, oltretutto, era pure generoso. Quindi, in barba ad ogni forma di pensiero precostituito, così, puramente a caso, dentro il nucleo delle sue cellule, ogni essere vivente, appartenente ad ogni specie conosciuta, ricevette di diritto, altro che ius soli, il suo corredo. Ma non facciamo troppo i fighi noi umani, che di cromosomi non ne abbiamo neppure il doppio (46) di un pomodoro (24) e quasi la metà di un cane (78). No dico, giusto per rendere l’idea. Ora, considerata la sua già citata e famosa fantasia, DNA di filamenti ne creò due, associati tra loro grazie ai legami di ogni base con un’altra base sul filamento opposto. E, badate bene che non erano e non sono tutt’ora legami aleatori, tipo quelli del mondo moderno: da che mondo è mondo Guanina ama solo Citosina e Adenina vuole bene solo a Timina. Facile, quasi semplice. Loro sono roba semplice, fatte con un paio di atomi di Azoto, Ossigeno e Carbonio. L’Idrogeno funzia da Bostik della situazione, una sorta di reggi moccolo mentre le altre quattro si baciano permanentemente. In questa doppia elica c’è il libretto delle istruzioni di ogni organismo, noi compresi, inutile quindi sentirsi molto speciali, che non serve a nulla. Già perché, come tutti i libretti, anche questo si può leggere, ci si può leggere la meraviglia della vita. Tipo un rosario, questi filamenti si leggono a triplette e ad ogni tripletta letta… Taaac!, una precisa informazione per la sintesi delle proteine necessarie ad eseguire tutte le funzioni fondamentali di ogni cellula. Queste triplette si chiamano nucleotidi, così, giusto per la cronaca. Ora, al netto di quello che gli scienziati hanno definito junk DNA (DNA spazzatura), della roba fossile dei tempi del paradiso terrestre e che attualmente non funziona più, il nostro patrimonio genetico consiste complessivamente in una successione sterminata, o quasi, di oltre tre miliardi di triplette. Giusto per farsi un’idea, tipo un gigabyte, per quelli malati di computer, tipo mezzo milione di pagine dattiloscritte, per quelli malati come me, di scritture. Meno male che poi, di questi tre miliardi, il tutto si condensa in circa centomila sequenze significanti, dette geni, quelli veri, mica chi si crede di esserlo, tra noi altri. A, C, G e T. Ciò che siamo è determinato da miliardi di lettere in successione, a quanto sembra. E il bello è che la maggior parte di queste sono in comune tra ognuno di noi e solo una più piccola parte, circa cinque milioni, su più di tre miliardi, rendono me me e te te. Solo una piccolissima parte, quindi, ci differenzia l’uno dall’altro, ed è quella che manifesta le diversità del colore dell’iride, della pelle, dei capelli, delle razze, dei popoli. Ed è quindi solo questo minuscolo quasi uno per mille, quasi un nulla, che incredibilmente genera le sconfinate combinazioni che rendono, ognuno di noi, un fantastico esempio di lancio di dadi che, e lo sai anche tu, come viene viene. E questo tiro, questa specie di gioco, è così bello proprio perché ogni volta genera un risultato diverso, giacché non esiste un unico genoma identico, universale. Forte, no? E qui entra in ballo l’umano o meglio, quella parte dell’umano che non solo non comprendo, ma talvolta faccio pure fatica a digerire, tipo lo zampone di natale. Che se da un lato abbiamo il genoma e dall’altro i fenotipi, ciò che ognuno semplicemente è e basta, è il fenomeno tipo o tipo il fenomeno quello che, come uno zampone indigesto, ci ha messo lo zampino. Che è una linea sottile, lo spazio che esiste tra genoma e fenotipo, dove esistiamo noi, le persone, le idee, gli ideali, le visioni, le emozioni, le ideazioni, le creazioni, le scoperte. Tutti noi, nessuno escluso. E ci sono quelli che ad A, C, G e T hanno dedicato la vita, quelli che la stanno tutt’ora dedicando e quelli che la dedicheranno in ricerche nel campo della diagnostica, della prevenzione, della cura di altri noi. Spero che ce la si possa fare, prima o poi, a leggere in quel libretto di istruzioni, ma unicamente a fin di bene, cambiando magari l’attuale nostro concetto di medicina, di cura della malattia. Lo spero, perché quando vedo che a questo tema, il povero Pubblico ha lasciato ampi spazi di manovra al ricco Privato, quando vedo che tra i maggiori investitori c’è Google, oppure un tipo russo azionista di Facebook, nasce in me il pensiero più triste, poiché alla domanda su cosa ne farà mai, questa gente, dei dati del nostro genoma, la risposta che mi do da solo, scusate se molto prevenuta, forse un tantino anche pessimista, non è bella. Se sapranno che a Caio nell’Arkansas piace fortemente la mostarda di pere perché la tripletta AAG-CTA-TCG questo codifica, che faranno, manderanno bombardate di pubblicità di mostarda alle pere a tutti quelli nel mondo, da Tizio in Louisiana a Sempronio di Lagundo, i quali, secondo l’archivio dati in loro possesso (che al confronto ciò che ha scritto Orwell è una bischerata), hanno la medesima sequenza nucleotidica? L’essere umano è anche questo e purtroppo, forse sono stupido io, soprattutto anche questo. Con otto persone al mondo che detengono più del cinquanta per cento della ricchezza globale, cosa andiamo cercando, le favole? Spero comunque, infine, che questa volta, considerato che stiamo parlando del nostro libretto d’istruzioni e non di bagigi, magari OGM, così da renderli tutti belli uguali, a qualcuno venga la brillante idea che esistono, mica si sono nascoste, le cosiddette priorità. E non vorrei neppure discutere se è maggiormente importante salvare una vita, renderla migliore, oppure vendere, vendere, vendere per guadagnare, e basta. Ma ve l’ho detto all’inizio, ricordate? Era quasi come in questo tempo, tempo di cappelletti in brodo. Ecco, speriamo non incominci, ad opera di altri tipi di geni, il tempo, l’ennesimo, delle cappellate di frodo.

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Da Filastroketistruck – Raccontelli e Filastrocche – 2017 – ISBN 9788892337435

Numeri primi

Tra loro lui è l’energia primaria, l’assoluto,
che quindi pure io rimango muto,
si dice infatti che è il numero 1,
così, tanto per dire, che non ce n’è per nessuno.

Ambiguo, doppio, il dialogo e il contrasto,
una tavola ben apparecchiata, ma senza pasto,
un numero da faloppe,
per gente che vale come il 2 di coppe.

Che non c’è il due senza il 3, il numero perfetto,
che ci sembra, dei numeri, di aver toccato il tetto,
tre, usato come simbolo del cuore,
ma che ne sa, un numero, dell’amore.

Mica roba a vanvera, è roba seria,
4, il numero della materia,
aria, acqua, terra e fuoco,
ma ve l’ho detto che non è un gioco.

Sembra non esista nulla di cui possiamo fare senza,
e dunque il 5, la quintessenza,
si aggiunge ai quattro elementi dell’universo,
tutto è un nostro simile, e basta con ‘sto diverso.

Mistico, il numero dell’ordine perfetto,
di biblica memoria la creazione, in 6 giorni, del tipetto,
la perfezione, ci piacerebbe, ma niente da fare,
mettiamoci in sesto, che siamo tutti da assestare.

Arrivati al 7, due ancora, ma ci riposiamo,
che mai, come vorremmo, lo facciamo,
felici, al settimo cielo, quasi come volare,
senza l’obbligo, di saper cosa dire, cosa fare.

E poi l’8, il simbolo infinito della legge del karma,
di tutto ciò che un po’ a tutti ci disarma,
chi di spada ferisce di spada perisce,
beato chi, fra noi, davvero lo capisce.

Il nostro cammino finisce con il 9,
e non ci servono dimostrazioni o, peggio, prove,
giacché una preghiera non deve farci pena,
che se ripetuta nove volte, la chiamano novena.

Lo 0 non esiste, quindi non portiamocelo dentro,
non diciamo, mai e a nessuno, io non c’entro,
che a farlo non diventi più astuto,
ma in realtà rimani solo uno zero, e pure assoluto.

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Da Filastroketistruck – Raccontelli e Filastrocche – 2017 – ISBN 9788892337435

Mica vero che il cappellaio era matto

Non staremo qui, vero, quasi a dicembre, a far troppe differenze tra cappello, berretto o copricapo? Che tanto, ma già lo sapete, non serve a nulla. Che tanto è come quella dell’abito, stessa storia, lo sanno tutti che non fa il monaco. Quindi non per essere ACIDARO e neppure troppo poprockettaro alla BASCO Rossi, ma con tanto di BERRETTA (no, dico, il freddo che fa lo sentite?!) ben assestata fino sopra le orecchie e ben lontano da tirare o prendere mazzate, anche se col BERRETTO DA BASEBALL, vi racconto una storiella, come un puffetto col BERRETTO FRIGIO (una specie di BERRITTA sarda, ma con la punta afflosciata in avanti, non all’indietro). E’ la storiella di una BOMBETTA innamorata. Si chiamava BOONIE HAT, una guerrigliera del cuore, ‘sta gnometta tanto bellina, la più carina di tutto il bosco e del sottobosco, quel posto da dove provengono quei profumi che qualcuno tira fuori, quando fa il fico con un bicchiere di vino sotto il naso, anche se non ci capisce nulla. Lino, detto il borsa (chiacchierone pesantissimo), per gli amici BORSALINO, affetto dalla sindrome di C – CROWN, poverello, ed il suo amico di merende CAMAURO, nel senso che non andava mai un po’ più in là del minimo necessario per stare al sicuro e stava, appunto, sempre ca’, erano i due suoi maggiori spasimanti. Ma, tranne loro, tutto il circondario sapeva che Boonie a tutto pensava, meno che a loro due. Non sapendolo, o forse, più ragionevolmente, facendo finta di non saperlo, ogni volta che la incontravano mettevano in piedi una CAPIGLIARA tale che lo spettacolo all’aperto, senza pagare alcun biglietto d’ingresso, era garantito anche al resto del popolazzo. Lino travestito da contadino cinese, con il CAPPELLO A CONO DI PAGLIA, Mauro senza il cavallo, ma con gli stivali speronati ed il CAPPELLO DA COWBOY, le offrivano i migliori frutti del loro raccolto, quand’anche si travestivano da contadini con il CAPPELLO DI PAGLIA, pensando, ma solo e sempre tra loro, in segretissimo silenzio: “Io, prima o poi, questa me la CHULLO…” E, dal CILINDRO, come dei maghi, ne facevano uscire di ogni, pur di attirare la sua gradita attenzione. Una volta, esagerando, volando assai in alto, a tutta velocità in mezzo ai loro sogni, dal cilindro uscì pure una CLOCHE di un vecchio aeroplano tedesco. Ma COLBACCO che lei ci stava, con ‘sta COPPOLA che se li filava. Orchestravano, suonavano, musicavano, addirittura lo spartito che rese famoso per la prima volta il grande Caruso, ma neppure la FEDORA le piaceva. Sicché, visto che con le buone non funzionava, uno con la napoleonica FELUCA e l’altro con il – che adesso l’aggettivo non si sa se si può dire o no, quindi non lo dico – FEZ, si armarono in battaglia, FITTED di tutto punto, attrezzati, insomma, per finire in GALERO. Ma niente, porco GIBUS, niente da fare. KEFIAH in certi casi, che fare? O vivi o KEPI. O vinci o ‘sta KIPPAH, no? A loro sembrava una cosa talmente LOBBIA. Pensarono, insomma, che era finito il tempo dei balli in MÁSCARA e, con un MITRA a tracolla, iniziarono la perlustrazione del bosco a NORD-OVEST (o SUD-OVEST, non ricordo bene). Obiettivo: rapirla, e bon lì. Ma era come cercare un ago nella PAGLIETTA, come cercare una che si chiama PAMELA a PANAMA, una PAPALINA in mezzo ad una festa satanica, un PASSAMONTAGNA in riva al mare. Insomma una cosa non facile, cercare, seguire gli indizi, che noia. E poi, troppa minuziosità, troppa pignoleria, che barba, non stavano cercando il PILEO nell’uovo, stavano cercando lei. Ma PORK PIE! O per SATURNO, se preferite, ma dove cavolo si era nascosta? Stavano proprio facendo la figura dei cappelloni, poveri. “SHAKÒsa?”, disse Lino ad un certo punto, “se fosse fuggita in montagna?” “Ma se neppure SHASHIAre, deficiente!”, Mauro di rimbalzo, stanco, stufo ed anche un pochino seccato. Si stavano guardando negli occhi, Lino e Mauro, quando capirono, finalmente, di essere una persona sola, fatta di una parte sognante, temeraria e volante, e di un’altra razionale, paurosa e bloccante. Ma due cose, molto di rado, insieme, stanno sotto lo stesso cappello: esperienza ed illusione. Chi le aveva tutte e due, come lui, doveva finirla di fare un giro di cappello, stile mendicante a sollecitare soltanto l’elemosina. Dunque, con mano spavalda se la spostò, la STUPIDA, sulle ventitré. Basta con le tare mentali, basta soprattutto con la peggiore TIARA, quella che gli diceva di non essere, o di non sentirsi, all’altezza. Solo un TOCCO di sentiero lo separava da casa di Boonie. Ci andò. Bussò alla porta: TOCQUE, TOCQUE BLANCHE! E lei gli aprì. E con un bel sorriso pure. Lei quello stava aspettando, non le magie in mezzo al bosco e davanti a tutti. Lui si trasformò in un piccolo principe, TURBANTE compreso. Mentre, come per magia, ma di un altro tipo, un bacetto dolce, a tutto turbozucchero, uno ZUCCHETTO, si incastrava esattamente tra le loro labbra. Tanto di cappello a chi ci crede, ancora, nelle favole che l’uomo è capace di inventare. Doppio chapeau con cardioavvitamento a chi riesce pure a viversele.

Grazie a loro, gli interpreti del racconto (in ordine alfabetico): Acidaro, Basco, Berretta, Berretto da baseball, Berretto frigio, Berritta, Bombetta, Boonie hat, Borsalino, C-crown (con calotta per la testa in cima alla corona), Camauro, Capigliara, Cappello a cono di paglia, Cappello da cowboy, Cappello di paglia, Chullo, Cilindro, Cloche, Colbacco, Coppola, Fedora, Feluca, Fez, Fitted, Galero, Gibus, Kefiah, Kepi o Chepí, Kippah, Lobbia, Máscara (di provenienza e fattura simile al chullo, ma atto a coprire tutto il volto, con due fori per gli occhi, uno per il naso e uno per la bocca), Mitra, Nord-ovest (o sud-ovest), Paglietta, Pamela, Panama, Papalina, Passamontagna, Pileo, Pork pie (corona ovale e stretta falda curva), Saturno, Shakò, Shashia, Stupida, Tiara, Tocco, Toque, Toque blanche (berretto da cuoco), Turbante e Zucchetto.

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Da Filastroketistruck – Raccontelli e Filastrocche – 2017 – ISBN 9788892337435

L’ultimo dei miei piccoletti…

Ed è arrivato anche lui, ve lo dico con gioia, una raccolta di raccontelli e poesie. E ve lo dico pure per tempo, chissà che non vogliate incartarlo per metterlo sotto il vostro alberello o sotto quello di qualche amica o amico. Che tra poco arriverà Natale, sapevatelo. Per chi tra di voi volesse dargli una guardata, lo trovate qui: laFeltrinelli. E, tanto per rimanere in tema, vogliate gradire un breve raccontello, ve lo dedico di cuore, anche se non comprate il libro, sapevate anche questo.

Ma esiste Babbo Natale? Oh sì, e meno male

Appoggiato con i gomiti sul davanzale legnoso – ma profumoso ed ammorbidito dalla schiera di maglioncini di lana impilati al sapone di Marsiglia – della piccola finestra che dalla cucina dava sull’orto all’esterno, imbiancato e sepolto dalla tanta neve di quell’inverno, lui non sapeva ancora chi sarebbe diventato. Un moccolo di candela, con la poca luce dalla sua flebile fiammella, davanti al vetro appannato di dentro e ghiacciato con tante stelline che lo decoravano di fuori, faceva riflettere il suo volto, sostenuto dalle sue grandi mani, che gli increspavano la ciccia delle gote rosse da sopra la barba fino a sotto le palpebre, sormontate da sopracciglia poderose. Un abbraccio delicato, da dietro, della moglie, lo rifece tornare con i piedi, anzi con gli scarponi, a terra. Klaus, un omone grande e grosso, barbuto, faceva il taglialegna fin da bambino, un lavoro che, nella sua famiglia, si tramandava da secoli da padre in figlio. Ogni anno, la sera del 23 di dicembre, uguale. Davanti a quella finestrella, con il suo ditone indice, ripassava, dopo averle scritte, le iniziali di alcune parole che, la sera seguente, avrebbe regalato ai suoi figlioli, insieme alla loro mamma. Faceva così per non dimenticarsele, quelle parole. Già, perché, in quel tempo, la tradizione voleva che i genitori raccontassero, dopo cena, delle favole, prendendo spunto solo da una parola. Ma ogni volta dovevano essere diverse e, soprattutto, sconosciute ai piccini. Avevano undici figli, tre femmine ed il resto della banda maschi. Capirete che la cosa non era così semplice. Questo, però, era il loro modo, allora, di fare i regali. Donare fiabe, sogni, ed al contempo sentire il cuore scoppiettare di gioia nel vedere i piccini imbalsamati, a bocca aperta e con gli occhietti vispi, sgranati ad ascoltare. Quella sera, mentre mangiava, continuava a guardare quelle otto lettere segnate sul vetro della finestrella. Ne mancavano tre. E di giorni, invece, ne mancava solo uno. Per la prima volta in vita sua era andato lungo e, di ciò, non riusciva a darsi pace. La moglie lo guardava, nei loro sguardi passavano megabyte di messaggi d’amore, anche se lei non era per nulla preoccupata. Otto parole, secondo lei, potevano anche essere divise per undici, un po’ per uno, come si dice, non fa male a nessuno. Lui no, invece. Undici erano, ed undici parole dovevano esserci, belle, come sempre, una per ognuno e undici, ma undici, però, per tutti. Solo punti di vista, non di sutura. Quella sera, mentre leggevano un libro, ai piedi della luce e del calore del caminetto, una dentro l’altro, lei sentiva lo scarpone destro di Klaus che trotterellava sul legno delle assi del pavimento. “Cosa c’è Klaus?” gli chiese. “Vai a farti un giro nel bosco, c’è il chiaro di luna, magari quelle tre lettere che mancano le trovi”, gli disse. Klaus non aspettava altro, si infilò dentro il cappottone di lana, fissò bene in vita il cinturone nero con fibbia dorata, del nonno, ed uscì. Che strana la neve fresca, con il suo profumo freddo, quella cosa che quando cade non fa rumore, ma quando la pesti scricchioleggia che è una meraviglia, quasi ti volesse dire che le stai facendo male. L’esatto contrario di noi umani, che quando cadiamo facciamo un casino industriale, ma quando ci pestano rimaniamo in silenzio, il più delle volte. La luna davvero abbagliava il bosco, quella notte, di luce riflessa, dal sole. Tranquilli, anche allora le palle erano tre, Terra, Sole e Luna, quelle visibili da noartri. Che vi sto raccontando una favola, mica una balla! Quel bosco Klaus lo conosceva come le sue tasche, non aveva paura di nulla, neppure di notte. Infatti quando incontrò quei due orsi di Yoghi e Baloo, li salutò con un arRevenant, mica no. Tra gli aghi dei pini, mezzi incastrati dal ghiaccio, che sembravano diamanti luccicanti nel cielo, in gara di bellezza con le lucine, quelle che chiamiamo stelle, cercava quelle tre parole. Oh, se le cercava. Di parole ce ne sono oggi e ce n’erano anche allora, se ce n’erano, anzi Ce n’erentola, per la precisione. La bellina senza una scarpa lo guardò e capì, seduta stante, che forse era il caso di chiamare la sua amica fatina. Peter Pan, appollaiato su un ramo appena più in alto rispetto a loro due, tirò una flautata di richiamo fatale, a milleduecento watt, così forte che alla sua perennemente innamorata compagnuccia, quella piena di brillantini luccicosi e con le alette che si muovono come quelle dei colibrì, scappò una volgarata antidisneyana, una roba tipo “Ma che cazzo ti sTrilly!?!” Peter nascose il flauto dalla vergogna, però contento di avercela fatta. Era infatti arrivata, una fata. Ma non era ciccetta e carina, tutt’altro, con pure un pizzetto capretto attaccato al mento. Però aveva un non so che, una specie di X Factor. Minchia, era la fatta Morgan. Tutta vestita di nero, si rivolse con uno sguardo da vampiro al povero Klaus bisbigliando a voce roca: “Che hai Klaus? Ti vedo preoccupato, cupo, oserei dire triste”, il tutto condito da una mossa sfarzosamente melliflua. “Non riesco a trovare le tre parole che mi mancano”, rispose l’omone, “che razza di padre sono, domani sera cosa regalerò ai miei piccoli? Ho addosso ‘na tale paura, ‘na tale ansia, ‘na tale angoscia” mentre la fatta Morgan lo guardava con un ghignetto di superiorità. Che pena che le faceva. Dopo averci riflettuto un attimo, sparò l’incantesimo: “Senti un po’, ah bello! Sei grande e grosso, sei padre, tanto amorevole, non temere di ciò. E basta con ‘sta ‘na tale deqquà e dellà. Quindi sarai Babbo, e ‘na tale, visto che ti piace così tanto! Babbo ‘na tale, e bon! Ed ecco il mio sortilegio: fino alla fine del mondo, fino a quando ci sarà anche un solo bambino che crederà in te, tu, ogni anno, alla sera del 24 di dicembre, porterai a tutti loro il tuo pensiero, la tua favola, e lascerai loro liberi di sognare tutto questo e quanto altro desiderino fino a quando non ne saranno stufi” Tutti un po’ scontenti, i presenti, dell’incantesimo. Nessun rumore, nessun botto, nessun colore, nessuna trasformazione, solo una frase e basta. Che tirchia, ‘sta fatta Morgan! Hänsel guardava Gretel, Pinocchio ficcava il naso in un occhio di Little John mentre cercava di non farsi vedere a ridere con Robin Hood, la Bestia prese la Bella per mano dicendole: “Annamosene a casa va’, che qui lo spettacolo è finito ancora prima di cominciare…” Persino il Re Leone, delusissimo, si lasciò scappare: “Ok, hakuna matata, ma che razza di fata…” Al che Morgan, ferita nell’orgoglio, tentò di riparare immediatamente. “Bellina!”, disse rivolgendosi a Cenerentola, “Tira un po’ fuori la zucca e quei due o tre sorcetti, che vi faccio vedere…” Ma non c’erano né i topini, né tantomeno l’ortaggio arancione. “Vabbè, fa lo stesso, ci penso io!”, leggermente irritata dal disguido. Si chinò, raccolse da terra una pigna, l’intera figliolanza di Bianca e Bernie, lanciò il tutto in aria e con un colpo di bacchetta mai visto prima, sparò una tuonata di tutti i colori scortata da tanto di botto in accompagnamento. Un “Ohhhhhh!” di tutti, tranne quello di Klaus, che già aveva immaginato di ritornare a casa, dai ragazzi, su una carrozza principesca trainata da una tripla pariglia di cavalli bianchi. Sai che sorpresa… Seee, bonasera! Morgan lo fece ripiombare nella realtà, dicendogli: “No, ma, spiegami un attimo, dove vorresti andare con una carrozza in mezzo al bosco con due metri di neve, fenomeno! Sarà ben meglio una slitta e ‘ste pelosone cornute, che volano pure, o no?” “Come volano?” chiese Klaus sbigottito. “Forse non ci siamo capiti. Come pensi di andare a casa di tutti i piccini in una sola notte? In carrozza, via terra? Rischiamo di farli diventare nonni, quei bambini, o?” Ma c’era ancora qualcosa che non andava, scenograficamente parlando, per Morgan. “Naaaaa, così vestito, caro Klaus, sei poco credibile, dove vai con quei pantaloni di velluto a coste non larghe, di più, alla zuava, scarponi, cappottazzo di lanona a quadrettoni?” La fatta si girò, cercando in mezzo al pubblico e, appena scorse il Gatto con gli stivali, lo guardò dritto negli occhi e gli disse: “Gattone, vieni un po’ qui, ecco, bravo, c’era una volta il Gatto con gli stivali…” Il gatto diventò matto dalla rabbia, talmente matto che prese parvenze invisibili, a momenti. Ma questa è un’altra storia, quella di Stregatto con Alice ed altre meraviglie, Paese compreso. Cappuccetto Rosso, che già aveva svuotato il cestino destinato alla nonnina mentre si godeva lo spettacolo, se la stava ridendo con gusto. E fu in quel preciso istante che Morgan, anche per ripristinare quell’attimo di decoro, le chiese la mantellina rossa. “Eh no!” sguaiò il lupo. “Non vale! Che fine fa la favola, senza la mantellina di Cappy?!” La fatta Morgan lo incenerì con lo sguardo ed il lupo perse il vizio, ma non il pelo, che gli diventò bianco dalla strizza. Un’altra magata e Morgan, con arte sartoriale indiscutibile, confezionò giacchetta, pantaloni, ed un bellissimo cappellino con pom pom, rosso come il colore del cuore, il tutto orlato di pelliccia bianca, quella gentilmente offerta dal lupo. Il cinturone, quello nero, si intonava perfettamente al colore degli stivali e, pertanto, fu l’unico accessorio che rimase, in originale, addosso a Klaus. E niente, toccava ora provarla, la slitta con le renne. Non ci fu nulla di più semplice, Klaus pensava di volare e le renne volavano, Klaus pensava alle stelle e le renne lo portavano talmente vicino a loro fino quasi a scottarlo, Klaus pensava alle tre parole che mancavano e le renne, volando, gliene facevano raccogliere a centinaia. Poi Klaus pensò ai suoi bambini e le renne lo riportarono a casa, la sera del 24 di dicembre. La moglie di Klaus, nel frattempo, da sola a badare a undici marmocchi per più di un giorno, per la pazienza dimostrata nell’aspettarlo, senza fretta, senza preoccupazioni, né timori, fu promossa Santa subito da quei quattro cherubini che dall’alto del cielo assistevano divertiti e compiaciuti a quanto stava succedendo. Santa la moglie di Klaus, di seguito abbreviato in Santa Klaus e basta, appunto. Ora lo sapete anche voi il perché, tanto per intenderci, dire Babbo Natale o dire Santa Klaus, è la stessa identica cosa. Le parole che regalarono ai loro figlioli, quella sera, furono meravigliose: coraggio, gentilezza, fantasia, comprensione, fiducia, pazienza, amore, tenerezza, generosità, contentezza e felicità. Regali di parole, scritte, lette, ascoltate. Ecco perché, forse, ai bambini piace ancora così tanto scrivere la letterina a Babbo Natale. Ecco perché, forse, prima di spedirla, se la rileggono cento volte, per essere sicuri di aver detto tutto. Così, cercare di vivere senza pensieri, in un modo molto somigliante alla concezione di leggerezza di un grande scrittore, anche di fiabe, Italo Calvino, quando ci scrisse: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Planare dall’alto, bello, no? Ora vado, che la slitta con le renne di Klaus stanno per planare, ancora una volta, anche qui, vicino a me. Perché a me, non so a voi, piace crederci ancora. Allora provo a guardare dietro la carta che avvolge il mio regalo, che forse ci trovo scritto qualcosa. Se c’è, è lì, tra la carta e il dono. Che non è tanto il regalo, ma tutto quello che gli gira attorno. Che poi, alla fine, è un po’ come quando ci scappa una lacrima. Che non è tanto per la lacrima in sé, quanto per quello che ce l’ha fatta uscire fuori, per tutto quello, appunto, che le gira intorno.

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Da Filastroketistruck – Raccontelli e Filastrocche – 2017 – ISBN 9788892337435
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