The game of the years (Partit’one ne arriva n’artro)

Il cielo, questa mattina, nonostante l’inverno, aveva un colore straordinario. Non ce l’ho fatta a non guardarlo. Era di un blu carta da zucchero. Capirai, carta e zucchero: per me è stato come ricevere un segnale. Un picchiettio sulla spalla da chissà dove, da chissà chi, mi ha fatto venire in mente la carta, quella roba per me tanto preziosa, anche se, ma non lo faccio apposta, ve lo assicuro, ogni tanto la imbratto, felice come un bimbo con il suo più bel giocattolo, quando nessuno lo guarda e può fare davvero ciò che vuole. Giacché è un gioco, anche se magari nessuno di noi ha proprio le carte in regola, allora mescoliamole queste carte, con la speranza di non rompere il mazzo a nessuno, e giochiamo, giochiamo e basta, quando giochiamo, se ne abbiamo ancora la voglia. O la forza, mi direte.

Loro, le carte, dicono che di forza ne abbiamo ancora, se vogliamo. Per questo mi hanno invitato da loro, per il classico partitozzo di Capodanno. Io ci vado, sarà un partit’one, un partitone, anzi, un partiTonno, considerato il soprannome che mi porto dietro. Loro mi hanno dato carta bianca e quindi invito anche voi, tutti quanti. Mi hanno detto che chi ci andrà si siederà pacifico a quel tavolo, che di posto ce ne sarà per tutti, tranne che per i cartomanti, quelli che vedono il nostro futuro facendoci le carte, i maghi o i prestigiatori, quelli che con le carte ci fanno i trucchi.

Non voglio imbrogliare le carte, quindi, se accetterete l’invito, non mandateci la vostra copia, quella ricalcata con la carta carbone e neppure quella parte di voi troppo arrabbiata, quella che sembra della carta increspata. Promettetemi invece che non sarete troppo rigidi, che lì si gioca a carte, non a cartoncini. A cartoni non se ne parla neanche, quelli sono ammessi solo se animati.

Quindi mi raccomando, siate di grammatura leggera, di spessore quasi inesistente, tipo la carta velina, che basta una goccia per passare dall’altra parte, e non importa se sarà una lacrima, che ne esistono anche di gioia, no?

L’invito è, per chi vorrà esserci, alle SETTE E MEZZO di un giorno qualunque, non servono carte geografiche per arrivarci, in cima alla torre più alta di un SOLITARIO castello di carte. Basta solo partire. Quando saremo nei pressi ce ne accorgeremo, nel cielo lassù volano delle cosette che sembrano delle streghe, ma non lo sono, non dobbiamo temere, non hanno la SCOPA. Sono bianchi, con le ali. Per alcuni, o forse per tutti, sarà una camminata su una strada efferrata, apparentemente inumana, una sorta di CHEMIN DE FER. Ma, dopo aver attraversato l’ultimo BRIDGE, un ponte fatto solo di cartapesta, quello che collega le due parti di noi, senza aver paura dello strapiombo che c’è sotto, che è un BURRACO dove se cadi ci rimbalzi e torni dov’eri prima, troveremo una rampa di SCALA 40, un po’ irta, d’accordo, ma alla fine saremo arrivati. CANASTA di posto è, mi chiederete.

Nessuna paura, un maggiordomo molto gentile, omino piccolo e tutto di rame, un RAMINO, ci attenderà davanti al portone e ci chiederà la parola d’ordine, la frase segreta, per poter essere ammessi. La frase è: “non la so”, non dimentichiamocela. Saremo i benvenuti al tavolo verde, verde erba, mezza bagnata di rugiada, quella che al mattino se ci cammini sopra scalzo e, addirittura, ti venisse la voglia di piegarti, anzi di sdraiartici sopra, per annusarne il profumo, ti fa venire in mente che razza di regalo ci hanno fatto, a tutti quanti, quando hanno deciso di mandarci a vivere su questo pianeta, la Terra. Un dono senza la carta da regalo, senza carta da pacco, non so se mi spiego.

La matta e il jolly, che non fanno parte, lì, delle carte da gioco (non sono ammessi i colpi di culo), ci offriranno l’aperitivo, un freschissimo miscuglio a base di shakerata alla prugna, agrumato con TAROCCHI di Trinacria. Non temete, c’è poca prugna, la carta igienica possiamo anche lasciarla a casa. E siccome a nessuno piace il gioco delle tre carte, oltre alla matta e al jolly, pure l’asso di picche (quello che ogni tanto ci viene proposto dritto davanti al muso da qualche principe del foro, lo spavaldo e quel tantino egoista MACCHIAVELLI di turno) è stato tolto di mazzo, visto che fa l’addetto al guardaroba, alla nostra destra, appena entrati, dietro un séparé di cartone ondulato. Lui ci chiederà tutti i nostri vestiti, che lì si gioca nudi, come quando ci piace dare i bacetti a chi ci fa venire la voglia di farlo. Voi dateglieli. I vestiti, non i bacetti. Se ci arriveremo, ce ne accorgeremo, che nessuno ci guarderà strano se lo faremo. Serve solo affinché qualche furbetto, qualche faccia da BRISCOLA, non RUBAMAZZETTO a qualcun altro, o peggio, sfili qualche improbabile asso dalla manica. Lì, col cASSO PIGLIA TUTTO. Lì nessuno STOPPA nessuno, nessuno fa il MERCANTE IN FIERA, nessuno si mimetizza con la carta da parati, non servono la carta adesiva che copia e incolla, la carta patinata, quella perfezione esteriore e apparente, e neppure la carta chimica, lì non avvengono reazioni strane. E nemmeno la carta termica o quella da forno, lì nessuno si surriscalda o viene incenerito se sbaglia, nessuno viene bruciato, nessuno annerito, trasformato in BLACKJACK. Lì non serve molto, basta davvero POKER, quelle TRESSETTE cosette a posto bastano e avanzano.

Che qui dove siamo ora, invece, sulla carta siamo qualcosa che, forse, in pratica, non siamo. Quante volte teniamo la carta bassa, nascondendo persino a noi stessi le nostre intenzioni, quante volte cambiamo le carte in tavola, quante volte facciamo carte false e quante volte, apposta, solo a nostro vantaggio, ci giochiamo una carta?

Lo so che il viaggio al castello ci fa un po’ paura, lo so, fa paura anche a me. Ma se invece ci andassimo al castello, se accettassimo il loro invito, quello di andare a mettere le carte in tavola, giocando a carte scoperte? Io ci vado. Ci vado, lì dove nessuno vince e nessuno perde, come di rado capita anche nella vita. Lì dove non c’è bisogno di alcuna rivincita, dove non c’è andata e ritorno, spareggio, dove non si contano i punti, non essendoci classifiche o graduatorie, dove il gioco è solo un’andata, infinita, finché non sarà finita per davvero. Lì dove non si cambiano le carte in tavola, semmai si scambiano, riponendole in qualche cassettino e sostituendole, sul tavolo, con una bella tovaglia bianca e profumata di fresco, apparecchiata con piatti di porcellana semplici, senza ghirigori o fiori pitturati per finta, con l’argenteria, posata, quella migliore che abbiamo, e la luce dei bicchieri di cristallo, riempiti fino all’orlo di perlage dorati o di rosso dei rubini.

Poi, quando è tutto pronto, accendiamo lo stoppino della candela che abbiamo più dentro, noi sappiamo dov’è. E via così, mangiando alla carta, non il menù a prezzo fisso né, tantomeno, quello turistico, ma ciò che il nostro chef ci consiglia, che ne so, tipo BACCARÀ con la polenta, lasciando la libertà a tutti coloro i quali alcune cose ancora riescono a vederle, a sentirle, di vedere la nostra luce e di sentire il nostro calore, senza nessuna vergogna.

Semplice, reciproco, inspiegabile.

Che siamo nati pure per questo, giocatori, anche se ci sembra di avere, in mano, non sempre buone carte da giocare. Non è questo il problema, chi se ne importa, tanto, le carte che abbiamo, non le abbiamo mica in mano.

E, dopo aver mangiato e bevuto il meglio di quello che possiamo fare, senza per forza dire, dopo aver giocato tutte, ma tutte sul serio, le carte, allora sì, sazi ed ubriachi di bellezza, ritorneremo qui, a casa, e, stravaccati in poltrona con lo stuzzicadenti, alla maschio, tra i sorridenti, potremo dirci, anche, Buon Anno.

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Tratto da “Filastroketistruck” – ISBN 9788892337435

Ma esiste Babbo Natale? Oh sì, e meno male

Va bene, è senza nastro, ma pure senza carta regale,
ben più semplice, ma meno, rispetto ad altro, banale,
questo modestissimo, ma per voi, pensiero di Natale.

Appoggiato con i gomiti sul davanzale legnoso – ma profumoso ed ammorbidito dalla schiera di maglioncini di lana impilati al sapone di Marsiglia – della piccola finestra che dalla cucina dava sull’orto all’esterno, imbiancato e sepolto dalla tanta neve di quell’inverno, lui non sapeva ancora chi sarebbe diventato. Un moccolo di candela, con la poca luce dalla sua flebile fiammella, davanti al vetro appannato di dentro e ghiacciato con tante stelline che lo decoravano di fuori, faceva riflettere il suo volto, sostenuto dalle sue grandi mani, che gli increspavano la ciccia delle gote rosse da sopra la barba fino a sotto le palpebre, sormontate da sopracciglia poderose. Un abbraccio delicato, da dietro, della moglie, lo rifece tornare con i piedi, anzi con gli scarponi, a terra. Klaus, un omone grande e grosso, barbuto, faceva il taglialegna fin da bambino, un lavoro che, nella sua famiglia, si tramandava da secoli da padre in figlio. Ogni anno, la sera del 23 di dicembre, uguale. Davanti a quella finestrella, con il suo ditone indice, ripassava, dopo averle scritte, le iniziali di alcune parole che, la sera seguente, avrebbe regalato ai suoi figlioli, insieme alla loro mamma. Faceva così per non dimenticarsele, quelle parole. Già, perché, in quel tempo, la tradizione voleva che i genitori raccontassero, dopo cena, delle favole, prendendo spunto solo da una parola. Ma ogni volta dovevano essere diverse e, soprattutto, sconosciute ai piccini. Avevano undici figli, tre femmine ed il resto della banda maschi. Capirete che la cosa non era così semplice. Questo, però, era il loro modo, allora, di fare i regali. Donare fiabe, sogni, ed al contempo sentire il cuore scoppiettare di gioia nel vedere i piccini imbalsamati, a bocca aperta e con gli occhietti vispi, sgranati ad ascoltare. Quella sera, mentre mangiava, continuava a guardare quelle otto lettere segnate sul vetro della finestrella. Ne mancavano tre. E di giorni, invece, ne mancava solo uno. Per la prima volta in vita sua era andato lungo e, di ciò, non riusciva a darsi pace. La moglie lo guardava, nei loro sguardi passavano megabyte di messaggi d’amore, anche se lei non era per nulla preoccupata. Otto parole, secondo lei, potevano anche essere divise per undici, un po’ per uno, come si dice, non fa male a nessuno. Lui no, invece. Undici erano, ed undici parole dovevano esserci, belle, come sempre, una per ognuno e undici, ma undici, però, per tutti. Solo punti di vista, non di sutura. Quella sera, mentre leggevano un libro, ai piedi della luce e del calore del caminetto, una dentro l’altro, lei sentiva lo scarpone destro di Klaus che trotterellava sul legno delle assi del pavimento. “Cosa c’è Klaus?” gli chiese. “Vai a farti un giro nel bosco, c’è il chiaro di luna, magari quelle tre lettere che mancano le trovi”, gli disse. Klaus non aspettava altro, si infilò dentro il cappottone di lana, fissò bene in vita il cinturone nero con fibbia dorata, del nonno, ed uscì. Che strana la neve fresca, con il suo profumo freddo, quella cosa che quando cade non fa rumore, ma quando la pesti scricchioleggia che è una meraviglia, quasi ti volesse dire che le stai facendo male. L’esatto contrario di noi umani, che quando cadiamo facciamo un casino industriale, ma quando ci pestano rimaniamo in silenzio, il più delle volte. La luna davvero abbagliava il bosco, quella notte, di luce riflessa, dal sole. Tranquilli, anche allora le palle erano tre, Terra, Sole e Luna, quelle visibili da noartri. Che vi sto raccontando una favola, mica una balla! Quel bosco Klaus lo conosceva come le sue tasche, non aveva paura di nulla, neppure di notte. Infatti quando incontrò quei due orsi di Yoghi e Baloo, li salutò con un arRevenant, mica no. Tra gli aghi dei pini, mezzi incastrati dal ghiaccio, che sembravano diamanti luccicanti nel cielo, in gara di bellezza con le lucine, quelle che chiamiamo stelle, cercava quelle tre parole. Oh, se le cercava. Di parole ce ne sono oggi e ce n’erano anche allora, se ce n’erano, anzi Ce n’erentola, per la precisione. La bellina senza una scarpa lo guardò e capì, seduta stante, che forse era il caso di chiamare la sua amica fatina. Peter Pan, appollaiato su un ramo appena più in alto rispetto a loro due, tirò una flautata di richiamo fatale, a milleduecento watt, così forte che alla sua perennemente innamorata compagnuccia, quella piena di brillantini luccicosi e con le alette che si muovono come quelle dei colibrì, scappò una volgarata antidisneyana, una roba tipo “Ma che cazzo ti sTrilly!?!” Peter nascose il flauto dalla vergogna, però contento di avercela fatta. Era infatti arrivata, una fata. Ma non era ciccetta e carina, tutt’altro, con pure un pizzetto capretto attaccato al mento. Però aveva un non so che, una specie di X Factor. Minchia, era la fatta Morgan. Tutta vestita di nero, si rivolse con uno sguardo da vampiro al povero Klaus bisbigliando a voce roca: “Che hai Klaus? Ti vedo preoccupato, cupo, oserei dire triste”, il tutto condito da una mossa sfarzosamente melliflua. “Non riesco a trovare le tre parole che mi mancano”, rispose l’omone, “che razza di padre sono, domani sera cosa regalerò ai miei piccoli? Ho addosso ‘na tale paura, ‘na tale ansia, ‘na tale angoscia” mentre la fatta Morgan lo guardava con un ghignetto di superiorità. Che pena che le faceva. Dopo averci riflettuto un attimo, sparò l’incantesimo: “Senti un po’, ah bello! Sei grande e grosso, sei padre, tanto amorevole, non temere di ciò. E basta con ‘sta ‘na tale deqquà e dellà. Quindi sarai Babbo, e ‘na tale, visto che ti piace così tanto! Babbo ‘na tale, e bon! Ed ecco il mio sortilegio: fino alla fine del mondo, fino a quando ci sarà anche un solo bambino che crederà in te, tu, ogni anno, alla sera del 24 di dicembre, porterai a tutti loro il tuo pensiero, la tua favola, e lascerai loro liberi di sognare tutto questo e quanto altro desiderino fino a quando non ne saranno stufi” Tutti un po’ scontenti, i presenti, dell’incantesimo. Nessun rumore, nessun botto, nessun colore, nessuna trasformazione, solo una frase e basta. Che tirchia, ‘sta fatta Morgan! Hänsel guardava Gretel, Pinocchio ficcava il naso in un occhio di Little John mentre cercava di non farsi vedere a ridere con Robin Hood, la Bestia prese la Bella per mano dicendole: “Annamosene a casa va’, che qui lo spettacolo è finito ancora prima di cominciare…” Persino il Re Leone, delusissimo, si lasciò scappare: “Ok, hakuna matata, ma che razza di fata…” Al che Morgan, ferita nell’orgoglio, tentò di riparare immediatamente. “Bellina!”, disse rivolgendosi a Cenerentola, “Tira un po’ fuori la zucca e quei due o tre sorcetti, che vi faccio vedere…” Ma non c’erano né i topini, né tantomeno l’ortaggio arancione. “Vabbè, fa lo stesso, ci penso io!”, leggermente irritata dal disguido. Si chinò, raccolse da terra una pigna, l’intera figliolanza di Bianca e Bernie, lanciò il tutto in aria e con un colpo di bacchetta mai visto prima, sparò una tuonata di tutti i colori scortata da tanto di botto in accompagnamento. Un “Ohhhhhh!” di tutti, tranne quello di Klaus, che già aveva immaginato di ritornare a casa, dai ragazzi, su una carrozza principesca trainata da una tripla pariglia di cavalli bianchi. Sai che sorpresa… Seee, bonasera! Morgan lo fece ripiombare nella realtà, dicendogli: “No, ma, spiegami un attimo, dove vorresti andare con una carrozza in mezzo al bosco con due metri di neve, fenomeno! Sarà ben meglio una slitta e ‘ste pelosone cornute, che volano pure, o no?” “Come volano?” chiese Klaus sbigottito. “Forse non ci siamo capiti. Come pensi di andare a casa di tutti i piccini in una sola notte? In carrozza, via terra? Rischiamo di farli diventare nonni, quei bambini, o?” Ma c’era ancora qualcosa che non andava, scenograficamente parlando, per Morgan. “Naaaaa, così vestito, caro Klaus, sei poco credibile, dove vai con quei pantaloni di velluto a coste non larghe, di più, alla zuava, scarponi, cappottazzo di lanona a quadrettoni?” La fatta si girò, cercando in mezzo al pubblico e, appena scorse il Gatto con gli stivali, lo guardò dritto negli occhi e gli disse: “Gattone, vieni un po’ qui, ecco, bravo, c’era una volta il Gatto con gli stivali…” Il gatto diventò matto dalla rabbia, talmente matto che prese parvenze invisibili, a momenti. Ma questa è un’altra storia, quella di Stregatto con Alice ed altre meraviglie, Paese compreso. Cappuccetto Rosso, che già aveva svuotato il cestino destinato alla nonnina mentre si godeva lo spettacolo, se la stava ridendo con gusto. E fu in quel preciso istante che Morgan, anche per ripristinare quell’attimo di decoro, le chiese la mantellina rossa. “Eh no!” sguaiò il lupo. “Non vale! Che fine fa la favola, senza la mantellina di Cappy?!” La fatta Morgan lo incenerì con lo sguardo ed il lupo perse il vizio, ma non il pelo, che gli diventò bianco dalla strizza. Un’altra magata e Morgan, con arte sartoriale indiscutibile, confezionò giacchetta, pantaloni, ed un bellissimo cappellino con pom pom, rosso come il colore del cuore, il tutto orlato di pelliccia bianca, quella gentilmente offerta dal lupo. Il cinturone, quello nero, si intonava perfettamente al colore degli stivali e, pertanto, fu l’unico accessorio che rimase, in originale, addosso a Klaus. E niente, toccava ora provarla, la slitta con le renne. Non ci fu nulla di più semplice, Klaus pensava di volare e le renne volavano, Klaus pensava alle stelle e le renne lo portavano talmente vicino a loro fino quasi a scottarlo, Klaus pensava alle tre parole che mancavano e le renne, volando, gliene facevano raccogliere a centinaia. Poi Klaus pensò ai suoi bambini e le renne lo riportarono a casa, la sera del 24 di dicembre. La moglie di Klaus, nel frattempo, da sola a badare a undici marmocchi per più di un giorno, per la pazienza dimostrata nell’aspettarlo, senza fretta, senza preoccupazioni, né timori, fu promossa Santa subito da quei quattro cherubini che dall’alto del cielo assistevano divertiti e compiaciuti a quanto stava succedendo. Santa la moglie di Klaus, di seguito abbreviato in Santa Klaus e basta, appunto. Ora lo sapete anche voi il perché, tanto per intenderci, dire Babbo Natale o dire Santa Klaus, è la stessa identica cosa. Le parole che regalarono ai loro figlioli, quella sera, furono meravigliose: coraggio, gentilezza, fantasia, comprensione, fiducia, pazienza, amore, tenerezza, generosità, contentezza e felicità. Regali di parole, scritte, lette, ascoltate. Ecco perché, forse, ai bambini piace ancora così tanto scrivere la letterina a Babbo Natale. Ecco perché, forse, prima di spedirla, se la rileggono cento volte, per essere sicuri di aver detto tutto. Così, cercare di vivere senza pensieri, in un modo molto somigliante alla concezione di leggerezza di un grande scrittore, anche di fiabe, Italo Calvino, quando ci scrisse: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Planare dall’alto, bello, no? Ora vado, che la slitta con le renne di Klaus stanno per planare, ancora una volta, anche qui, vicino a me. Perché a me, non so a voi, piace crederci ancora. Allora provo a guardare dietro la carta che avvolge il mio regalo, che forse ci trovo scritto qualcosa. Se c’è, è lì, tra la carta e il dono. Che non è tanto il regalo, ma tutto quello che gli gira attorno. Che poi, alla fine, è un po’ come quando ci scappa una lacrima. Che non è tanto per la lacrima in sé, quanto per quello che ce l’ha fatta uscire fuori, per tutto quello, appunto, che le gira intorno

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Tratto da “Filastroketistruck” – ISBN 9788892337435

A’ggeni! (Oh, geni!)

A’ggeni! (Oh, geni!)

Era quasi come in questo tempo, tempo di cappelletti in brodo, ma s’erano dimenticati i cappelletti e quindi fu solo brodo, ma primordiale. Tutto ciò che ancora doveva venire a galla sguazzava libero, in allegra compagnia. Molecole più o meno aggregate facevano la corte agli atomi single, battitori liberi, senza legami, senza vincoli. Ed anche se nessuno di loro ci aveva capito ancora nulla, erano già me, te, lei, lui. Eh già, non lo sapevate? Che dentro quel brodino tiepido si incontrarono per la prima volta, in ordine alfabetico, così nessuna di loro se la prende, Adenina (A), Citosina (C), Guanina (G) e Timina (T). Quattro, che sembrerebbe una roba da trazione integrale. La realtà è che furono e sono, decisamente, qualcosa di molto di più. Ma tanto, di quel molto, di più. Tanta roba. Tanto di più, che è da lì che deriva il sostantivo genialata. Queste quattro cosette, tanto per farvela breve, gettarono le basi azotate addosso ad uno zucchero che passava di lì per caso, il deossiribosio, il quale, scansandosi, disse loro: “ma che fate, mica fosfato io!” Una comitiva di atomi di fosforo, lì nei paraggi, sentendosi coinvolti, si unirono tra loro formando, con un attacco di creatività degno del miglior markettaro, il gruppo fosfato, e via, senza fare tante manfrine. E bon, fatto il genoma. Che poi ‘sto genoma sarebbe l’insieme di tutte le informazioni genetiche depositate nella sequenza del DNA, contenuto nel nucleo delle cellule sotto forma di cromosomi. Fantasioso, elicoidale, artistico, simpaticone, il DNA non poteva durare a lungo così, bello libero e per gli affari suoi. Eh no! Fu arrestato, dalla Troika di allora, sotto forma di un lungo filamento a complessa struttura tridimensionale e rinchiuso, dentro il cromosoma. E fu chiamato acido deossiribonucleico. Fine dei giochi, sembra una bella Direttiva da Bruxelles, anzi peggio, un bel Regolamento immediatamente vincolante per tutti i membri, e stop, ma solo apparentemente. La Direttiva o il Regolamento, infatti, come del resto tutte le norme, non potevano prevedere l’imprevedibile. E l’imprevedibile fu, e vaffanculo alle regole. Che il DNA, oltretutto, era pure generoso. Quindi, in barba ad ogni forma di pensiero precostituito, così, puramente a caso, dentro il nucleo delle sue cellule, ogni essere vivente, appartenente ad ogni specie conosciuta, ricevette di diritto, altro che ius soli, il suo corredo. Ma non facciamo troppo i fighi noi umani, che di cromosomi non ne abbiamo neppure il doppio (46) di un pomodoro (24) e quasi la metà di un cane (78). No dico, giusto per rendere l’idea. Ora, considerata la sua già citata e famosa fantasia, DNA di filamenti ne creò due, associati tra loro grazie ai legami di ogni base con un’altra base sul filamento opposto. E, badate bene che non erano e non sono tutt’ora legami aleatori, tipo quelli del mondo moderno: da che mondo è mondo Guanina ama solo Citosina e Adenina vuole bene solo a Timina. Facile, quasi semplice. Loro sono roba semplice, fatte con un paio di atomi di Azoto, Ossigeno e Carbonio. L’Idrogeno funzia da Bostik della situazione, una sorta di reggi moccolo mentre le altre quattro si baciano permanentemente. In questa doppia elica c’è il libretto delle istruzioni di ogni organismo, noi compresi, inutile quindi sentirsi molto speciali, che non serve a nulla. Già perché, come tutti i libretti, anche questo si può leggere, ci si può leggere la meraviglia della vita. Tipo un rosario, questi filamenti si leggono a triplette e ad ogni tripletta letta… Taaac!, una precisa informazione per la sintesi delle proteine necessarie ad eseguire tutte le funzioni fondamentali di ogni cellula. Queste triplette si chiamano nucleotidi, così, giusto per la cronaca. Ora, al netto di quello che gli scienziati hanno definito junk DNA (DNA spazzatura), della roba fossile dei tempi del paradiso terrestre e che attualmente non funziona più, il nostro patrimonio genetico consiste complessivamente in una successione sterminata, o quasi, di oltre tre miliardi di triplette. Giusto per farsi un’idea, tipo un gigabyte, per quelli malati di computer, tipo mezzo milione di pagine dattiloscritte, per quelli malati come me, di scritture. Meno male che poi, di questi tre miliardi, il tutto si condensa in circa centomila sequenze significanti, dette geni, quelli veri, mica chi si crede di esserlo, tra noi altri. A, C, G e T. Ciò che siamo è determinato da miliardi di lettere in successione, a quanto sembra. E il bello è che la maggior parte di queste sono in comune tra ognuno di noi e solo una più piccola parte, circa cinque milioni, su più di tre miliardi, rendono me me e te te. Solo una piccolissima parte, quindi, ci differenzia l’uno dall’altro, ed è quella che manifesta le diversità del colore dell’iride, della pelle, dei capelli, delle razze, dei popoli. Ed è quindi solo questo minuscolo quasi uno per mille, quasi un nulla, che incredibilmente genera le sconfinate combinazioni che rendono, ognuno di noi, un fantastico esempio di lancio di dadi che, e lo sai anche tu, come viene viene. E questo tiro, questa specie di gioco, è così bello proprio perché ogni volta genera un risultato diverso, giacché non esiste un unico genoma identico, universale. Forte, no? E qui entra in ballo l’umano o meglio, quella parte dell’umano che non solo non comprendo, ma talvolta faccio pure fatica a digerire, tipo lo zampone di natale. Che se da un lato abbiamo il genoma e dall’altro i fenotipi, ciò che ognuno semplicemente è e basta, è il fenomeno tipo o tipo il fenomeno quello che, come uno zampone indigesto, ci ha messo lo zampino. Che è una linea sottile, lo spazio che esiste tra genoma e fenotipo, dove esistiamo noi, le persone, le idee, gli ideali, le visioni, le emozioni, le ideazioni, le creazioni, le scoperte. Tutti noi, nessuno escluso. E ci sono quelli che ad A, C, G e T hanno dedicato la vita, quelli che la stanno tutt’ora dedicando e quelli che la dedicheranno in ricerche nel campo della diagnostica, della prevenzione, della cura di altri noi. Spero che ce la si possa fare, prima o poi, a leggere in quel libretto di istruzioni, ma unicamente a fin di bene, cambiando magari l’attuale nostro concetto di medicina, di cura della malattia. Lo spero, perché quando vedo che a questo tema, il povero Pubblico ha lasciato ampi spazi di manovra al ricco Privato, quando vedo che tra i maggiori investitori c’è Google, oppure un tipo russo azionista di Facebook, nasce in me il pensiero più triste, poiché alla domanda su cosa ne farà mai, questa gente, dei dati del nostro genoma, la risposta che mi do da solo, scusate se molto prevenuta, forse un tantino anche pessimista, non è bella. Se sapranno che a Caio nell’Arkansas piace fortemente la mostarda di pere perché la tripletta AAG-CTA-TCG questo codifica, che faranno, manderanno bombardate di pubblicità di mostarda alle pere a tutti quelli nel mondo, da Tizio in Louisiana a Sempronio di Lagundo, i quali, secondo l’archivio dati in loro possesso (che al confronto ciò che ha scritto Orwell è una bischerata), hanno la medesima sequenza nucleotidica? L’essere umano è anche questo e purtroppo, forse sono stupido io, soprattutto anche questo. Con otto persone al mondo che detengono più del cinquanta per cento della ricchezza globale, cosa andiamo cercando, le favole? Spero comunque, infine, che questa volta, considerato che stiamo parlando del nostro libretto d’istruzioni e non di bagigi, magari OGM, così da renderli tutti belli uguali, a qualcuno venga la brillante idea che esistono, mica si sono nascoste, le cosiddette priorità. E non vorrei neppure discutere se è maggiormente importante salvare una vita, renderla migliore, oppure vendere, vendere, vendere per guadagnare, e basta. Ma ve l’ho detto all’inizio, ricordate? Era quasi come in questo tempo, tempo di cappelletti in brodo. Ecco, speriamo non incominci, ad opera di altri tipi di geni, il tempo, l’ennesimo, delle cappellate di frodo.

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Da Filastroketistruck – Raccontelli e Filastrocche – 2017 – ISBN 9788892337435

Mica vero che il cappellaio era matto

Non staremo qui, vero, quasi a dicembre, a far troppe differenze tra cappello, berretto o copricapo? Che tanto, ma già lo sapete, non serve a nulla. Che tanto è come quella dell’abito, stessa storia, lo sanno tutti che non fa il monaco. Quindi non per essere ACIDARO e neppure troppo poprockettaro alla BASCO Rossi, ma con tanto di BERRETTA (no, dico, il freddo che fa lo sentite?!) ben assestata fino sopra le orecchie e ben lontano da tirare o prendere mazzate, anche se col BERRETTO DA BASEBALL, vi racconto una storiella, come un puffetto col BERRETTO FRIGIO (una specie di BERRITTA sarda, ma con la punta afflosciata in avanti, non all’indietro). E’ la storiella di una BOMBETTA innamorata. Si chiamava BOONIE HAT, una guerrigliera del cuore, ‘sta gnometta tanto bellina, la più carina di tutto il bosco e del sottobosco, quel posto da dove provengono quei profumi che qualcuno tira fuori, quando fa il fico con un bicchiere di vino sotto il naso, anche se non ci capisce nulla. Lino, detto il borsa (chiacchierone pesantissimo), per gli amici BORSALINO, affetto dalla sindrome di C – CROWN, poverello, ed il suo amico di merende CAMAURO, nel senso che non andava mai un po’ più in là del minimo necessario per stare al sicuro e stava, appunto, sempre ca’, erano i due suoi maggiori spasimanti. Ma, tranne loro, tutto il circondario sapeva che Boonie a tutto pensava, meno che a loro due. Non sapendolo, o forse, più ragionevolmente, facendo finta di non saperlo, ogni volta che la incontravano mettevano in piedi una CAPIGLIARA tale che lo spettacolo all’aperto, senza pagare alcun biglietto d’ingresso, era garantito anche al resto del popolazzo. Lino travestito da contadino cinese, con il CAPPELLO A CONO DI PAGLIA, Mauro senza il cavallo, ma con gli stivali speronati ed il CAPPELLO DA COWBOY, le offrivano i migliori frutti del loro raccolto, quand’anche si travestivano da contadini con il CAPPELLO DI PAGLIA, pensando, ma solo e sempre tra loro, in segretissimo silenzio: “Io, prima o poi, questa me la CHULLO…” E, dal CILINDRO, come dei maghi, ne facevano uscire di ogni, pur di attirare la sua gradita attenzione. Una volta, esagerando, volando assai in alto, a tutta velocità in mezzo ai loro sogni, dal cilindro uscì pure una CLOCHE di un vecchio aeroplano tedesco. Ma COLBACCO che lei ci stava, con ‘sta COPPOLA che se li filava. Orchestravano, suonavano, musicavano, addirittura lo spartito che rese famoso per la prima volta il grande Caruso, ma neppure la FEDORA le piaceva. Sicché, visto che con le buone non funzionava, uno con la napoleonica FELUCA e l’altro con il – che adesso l’aggettivo non si sa se si può dire o no, quindi non lo dico – FEZ, si armarono in battaglia, FITTED di tutto punto, attrezzati, insomma, per finire in GALERO. Ma niente, porco GIBUS, niente da fare. KEFIAH in certi casi, che fare? O vivi o KEPI. O vinci o ‘sta KIPPAH, no? A loro sembrava una cosa talmente LOBBIA. Pensarono, insomma, che era finito il tempo dei balli in MÁSCARA e, con un MITRA a tracolla, iniziarono la perlustrazione del bosco a NORD-OVEST (o SUD-OVEST, non ricordo bene). Obiettivo: rapirla, e bon lì. Ma era come cercare un ago nella PAGLIETTA, come cercare una che si chiama PAMELA a PANAMA, una PAPALINA in mezzo ad una festa satanica, un PASSAMONTAGNA in riva al mare. Insomma una cosa non facile, cercare, seguire gli indizi, che noia. E poi, troppa minuziosità, troppa pignoleria, che barba, non stavano cercando il PILEO nell’uovo, stavano cercando lei. Ma PORK PIE! O per SATURNO, se preferite, ma dove cavolo si era nascosta? Stavano proprio facendo la figura dei cappelloni, poveri. “SHAKÒsa?”, disse Lino ad un certo punto, “se fosse fuggita in montagna?” “Ma se neppure SHASHIAre, deficiente!”, Mauro di rimbalzo, stanco, stufo ed anche un pochino seccato. Si stavano guardando negli occhi, Lino e Mauro, quando capirono, finalmente, di essere una persona sola, fatta di una parte sognante, temeraria e volante, e di un’altra razionale, paurosa e bloccante. Ma due cose, molto di rado, insieme, stanno sotto lo stesso cappello: esperienza ed illusione. Chi le aveva tutte e due, come lui, doveva finirla di fare un giro di cappello, stile mendicante a sollecitare soltanto l’elemosina. Dunque, con mano spavalda se la spostò, la STUPIDA, sulle ventitré. Basta con le tare mentali, basta soprattutto con la peggiore TIARA, quella che gli diceva di non essere, o di non sentirsi, all’altezza. Solo un TOCCO di sentiero lo separava da casa di Boonie. Ci andò. Bussò alla porta: TOCQUE, TOCQUE BLANCHE! E lei gli aprì. E con un bel sorriso pure. Lei quello stava aspettando, non le magie in mezzo al bosco e davanti a tutti. Lui si trasformò in un piccolo principe, TURBANTE compreso. Mentre, come per magia, ma di un altro tipo, un bacetto dolce, a tutto turbozucchero, uno ZUCCHETTO, si incastrava esattamente tra le loro labbra. Tanto di cappello a chi ci crede, ancora, nelle favole che l’uomo è capace di inventare. Doppio chapeau con cardioavvitamento a chi riesce pure a viversele.

Grazie a loro, gli interpreti del racconto (in ordine alfabetico): Acidaro, Basco, Berretta, Berretto da baseball, Berretto frigio, Berritta, Bombetta, Boonie hat, Borsalino, C-crown (con calotta per la testa in cima alla corona), Camauro, Capigliara, Cappello a cono di paglia, Cappello da cowboy, Cappello di paglia, Chullo, Cilindro, Cloche, Colbacco, Coppola, Fedora, Feluca, Fez, Fitted, Galero, Gibus, Kefiah, Kepi o Chepí, Kippah, Lobbia, Máscara (di provenienza e fattura simile al chullo, ma atto a coprire tutto il volto, con due fori per gli occhi, uno per il naso e uno per la bocca), Mitra, Nord-ovest (o sud-ovest), Paglietta, Pamela, Panama, Papalina, Passamontagna, Pileo, Pork pie (corona ovale e stretta falda curva), Saturno, Shakò, Shashia, Stupida, Tiara, Tocco, Toque, Toque blanche (berretto da cuoco), Turbante e Zucchetto.

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Da Filastroketistruck – Raccontelli e Filastrocche – 2017 – ISBN 9788892337435

L’ultimo dei miei piccoletti…

Ed è arrivato anche lui, ve lo dico con gioia, una raccolta di raccontelli e poesie. E ve lo dico pure per tempo, chissà che non vogliate incartarlo per metterlo sotto il vostro alberello o sotto quello di qualche amica o amico. Che tra poco arriverà Natale, sapevatelo. Per chi tra di voi volesse dargli una guardata, lo trovate qui: laFeltrinelli. E, tanto per rimanere in tema, vogliate gradire un breve raccontello, ve lo dedico di cuore, anche se non comprate il libro, sapevate anche questo.

Ma esiste Babbo Natale? Oh sì, e meno male

Appoggiato con i gomiti sul davanzale legnoso – ma profumoso ed ammorbidito dalla schiera di maglioncini di lana impilati al sapone di Marsiglia – della piccola finestra che dalla cucina dava sull’orto all’esterno, imbiancato e sepolto dalla tanta neve di quell’inverno, lui non sapeva ancora chi sarebbe diventato. Un moccolo di candela, con la poca luce dalla sua flebile fiammella, davanti al vetro appannato di dentro e ghiacciato con tante stelline che lo decoravano di fuori, faceva riflettere il suo volto, sostenuto dalle sue grandi mani, che gli increspavano la ciccia delle gote rosse da sopra la barba fino a sotto le palpebre, sormontate da sopracciglia poderose. Un abbraccio delicato, da dietro, della moglie, lo rifece tornare con i piedi, anzi con gli scarponi, a terra. Klaus, un omone grande e grosso, barbuto, faceva il taglialegna fin da bambino, un lavoro che, nella sua famiglia, si tramandava da secoli da padre in figlio. Ogni anno, la sera del 23 di dicembre, uguale. Davanti a quella finestrella, con il suo ditone indice, ripassava, dopo averle scritte, le iniziali di alcune parole che, la sera seguente, avrebbe regalato ai suoi figlioli, insieme alla loro mamma. Faceva così per non dimenticarsele, quelle parole. Già, perché, in quel tempo, la tradizione voleva che i genitori raccontassero, dopo cena, delle favole, prendendo spunto solo da una parola. Ma ogni volta dovevano essere diverse e, soprattutto, sconosciute ai piccini. Avevano undici figli, tre femmine ed il resto della banda maschi. Capirete che la cosa non era così semplice. Questo, però, era il loro modo, allora, di fare i regali. Donare fiabe, sogni, ed al contempo sentire il cuore scoppiettare di gioia nel vedere i piccini imbalsamati, a bocca aperta e con gli occhietti vispi, sgranati ad ascoltare. Quella sera, mentre mangiava, continuava a guardare quelle otto lettere segnate sul vetro della finestrella. Ne mancavano tre. E di giorni, invece, ne mancava solo uno. Per la prima volta in vita sua era andato lungo e, di ciò, non riusciva a darsi pace. La moglie lo guardava, nei loro sguardi passavano megabyte di messaggi d’amore, anche se lei non era per nulla preoccupata. Otto parole, secondo lei, potevano anche essere divise per undici, un po’ per uno, come si dice, non fa male a nessuno. Lui no, invece. Undici erano, ed undici parole dovevano esserci, belle, come sempre, una per ognuno e undici, ma undici, però, per tutti. Solo punti di vista, non di sutura. Quella sera, mentre leggevano un libro, ai piedi della luce e del calore del caminetto, una dentro l’altro, lei sentiva lo scarpone destro di Klaus che trotterellava sul legno delle assi del pavimento. “Cosa c’è Klaus?” gli chiese. “Vai a farti un giro nel bosco, c’è il chiaro di luna, magari quelle tre lettere che mancano le trovi”, gli disse. Klaus non aspettava altro, si infilò dentro il cappottone di lana, fissò bene in vita il cinturone nero con fibbia dorata, del nonno, ed uscì. Che strana la neve fresca, con il suo profumo freddo, quella cosa che quando cade non fa rumore, ma quando la pesti scricchioleggia che è una meraviglia, quasi ti volesse dire che le stai facendo male. L’esatto contrario di noi umani, che quando cadiamo facciamo un casino industriale, ma quando ci pestano rimaniamo in silenzio, il più delle volte. La luna davvero abbagliava il bosco, quella notte, di luce riflessa, dal sole. Tranquilli, anche allora le palle erano tre, Terra, Sole e Luna, quelle visibili da noartri. Che vi sto raccontando una favola, mica una balla! Quel bosco Klaus lo conosceva come le sue tasche, non aveva paura di nulla, neppure di notte. Infatti quando incontrò quei due orsi di Yoghi e Baloo, li salutò con un arRevenant, mica no. Tra gli aghi dei pini, mezzi incastrati dal ghiaccio, che sembravano diamanti luccicanti nel cielo, in gara di bellezza con le lucine, quelle che chiamiamo stelle, cercava quelle tre parole. Oh, se le cercava. Di parole ce ne sono oggi e ce n’erano anche allora, se ce n’erano, anzi Ce n’erentola, per la precisione. La bellina senza una scarpa lo guardò e capì, seduta stante, che forse era il caso di chiamare la sua amica fatina. Peter Pan, appollaiato su un ramo appena più in alto rispetto a loro due, tirò una flautata di richiamo fatale, a milleduecento watt, così forte che alla sua perennemente innamorata compagnuccia, quella piena di brillantini luccicosi e con le alette che si muovono come quelle dei colibrì, scappò una volgarata antidisneyana, una roba tipo “Ma che cazzo ti sTrilly!?!” Peter nascose il flauto dalla vergogna, però contento di avercela fatta. Era infatti arrivata, una fata. Ma non era ciccetta e carina, tutt’altro, con pure un pizzetto capretto attaccato al mento. Però aveva un non so che, una specie di X Factor. Minchia, era la fatta Morgan. Tutta vestita di nero, si rivolse con uno sguardo da vampiro al povero Klaus bisbigliando a voce roca: “Che hai Klaus? Ti vedo preoccupato, cupo, oserei dire triste”, il tutto condito da una mossa sfarzosamente melliflua. “Non riesco a trovare le tre parole che mi mancano”, rispose l’omone, “che razza di padre sono, domani sera cosa regalerò ai miei piccoli? Ho addosso ‘na tale paura, ‘na tale ansia, ‘na tale angoscia” mentre la fatta Morgan lo guardava con un ghignetto di superiorità. Che pena che le faceva. Dopo averci riflettuto un attimo, sparò l’incantesimo: “Senti un po’, ah bello! Sei grande e grosso, sei padre, tanto amorevole, non temere di ciò. E basta con ‘sta ‘na tale deqquà e dellà. Quindi sarai Babbo, e ‘na tale, visto che ti piace così tanto! Babbo ‘na tale, e bon! Ed ecco il mio sortilegio: fino alla fine del mondo, fino a quando ci sarà anche un solo bambino che crederà in te, tu, ogni anno, alla sera del 24 di dicembre, porterai a tutti loro il tuo pensiero, la tua favola, e lascerai loro liberi di sognare tutto questo e quanto altro desiderino fino a quando non ne saranno stufi” Tutti un po’ scontenti, i presenti, dell’incantesimo. Nessun rumore, nessun botto, nessun colore, nessuna trasformazione, solo una frase e basta. Che tirchia, ‘sta fatta Morgan! Hänsel guardava Gretel, Pinocchio ficcava il naso in un occhio di Little John mentre cercava di non farsi vedere a ridere con Robin Hood, la Bestia prese la Bella per mano dicendole: “Annamosene a casa va’, che qui lo spettacolo è finito ancora prima di cominciare…” Persino il Re Leone, delusissimo, si lasciò scappare: “Ok, hakuna matata, ma che razza di fata…” Al che Morgan, ferita nell’orgoglio, tentò di riparare immediatamente. “Bellina!”, disse rivolgendosi a Cenerentola, “Tira un po’ fuori la zucca e quei due o tre sorcetti, che vi faccio vedere…” Ma non c’erano né i topini, né tantomeno l’ortaggio arancione. “Vabbè, fa lo stesso, ci penso io!”, leggermente irritata dal disguido. Si chinò, raccolse da terra una pigna, l’intera figliolanza di Bianca e Bernie, lanciò il tutto in aria e con un colpo di bacchetta mai visto prima, sparò una tuonata di tutti i colori scortata da tanto di botto in accompagnamento. Un “Ohhhhhh!” di tutti, tranne quello di Klaus, che già aveva immaginato di ritornare a casa, dai ragazzi, su una carrozza principesca trainata da una tripla pariglia di cavalli bianchi. Sai che sorpresa… Seee, bonasera! Morgan lo fece ripiombare nella realtà, dicendogli: “No, ma, spiegami un attimo, dove vorresti andare con una carrozza in mezzo al bosco con due metri di neve, fenomeno! Sarà ben meglio una slitta e ‘ste pelosone cornute, che volano pure, o no?” “Come volano?” chiese Klaus sbigottito. “Forse non ci siamo capiti. Come pensi di andare a casa di tutti i piccini in una sola notte? In carrozza, via terra? Rischiamo di farli diventare nonni, quei bambini, o?” Ma c’era ancora qualcosa che non andava, scenograficamente parlando, per Morgan. “Naaaaa, così vestito, caro Klaus, sei poco credibile, dove vai con quei pantaloni di velluto a coste non larghe, di più, alla zuava, scarponi, cappottazzo di lanona a quadrettoni?” La fatta si girò, cercando in mezzo al pubblico e, appena scorse il Gatto con gli stivali, lo guardò dritto negli occhi e gli disse: “Gattone, vieni un po’ qui, ecco, bravo, c’era una volta il Gatto con gli stivali…” Il gatto diventò matto dalla rabbia, talmente matto che prese parvenze invisibili, a momenti. Ma questa è un’altra storia, quella di Stregatto con Alice ed altre meraviglie, Paese compreso. Cappuccetto Rosso, che già aveva svuotato il cestino destinato alla nonnina mentre si godeva lo spettacolo, se la stava ridendo con gusto. E fu in quel preciso istante che Morgan, anche per ripristinare quell’attimo di decoro, le chiese la mantellina rossa. “Eh no!” sguaiò il lupo. “Non vale! Che fine fa la favola, senza la mantellina di Cappy?!” La fatta Morgan lo incenerì con lo sguardo ed il lupo perse il vizio, ma non il pelo, che gli diventò bianco dalla strizza. Un’altra magata e Morgan, con arte sartoriale indiscutibile, confezionò giacchetta, pantaloni, ed un bellissimo cappellino con pom pom, rosso come il colore del cuore, il tutto orlato di pelliccia bianca, quella gentilmente offerta dal lupo. Il cinturone, quello nero, si intonava perfettamente al colore degli stivali e, pertanto, fu l’unico accessorio che rimase, in originale, addosso a Klaus. E niente, toccava ora provarla, la slitta con le renne. Non ci fu nulla di più semplice, Klaus pensava di volare e le renne volavano, Klaus pensava alle stelle e le renne lo portavano talmente vicino a loro fino quasi a scottarlo, Klaus pensava alle tre parole che mancavano e le renne, volando, gliene facevano raccogliere a centinaia. Poi Klaus pensò ai suoi bambini e le renne lo riportarono a casa, la sera del 24 di dicembre. La moglie di Klaus, nel frattempo, da sola a badare a undici marmocchi per più di un giorno, per la pazienza dimostrata nell’aspettarlo, senza fretta, senza preoccupazioni, né timori, fu promossa Santa subito da quei quattro cherubini che dall’alto del cielo assistevano divertiti e compiaciuti a quanto stava succedendo. Santa la moglie di Klaus, di seguito abbreviato in Santa Klaus e basta, appunto. Ora lo sapete anche voi il perché, tanto per intenderci, dire Babbo Natale o dire Santa Klaus, è la stessa identica cosa. Le parole che regalarono ai loro figlioli, quella sera, furono meravigliose: coraggio, gentilezza, fantasia, comprensione, fiducia, pazienza, amore, tenerezza, generosità, contentezza e felicità. Regali di parole, scritte, lette, ascoltate. Ecco perché, forse, ai bambini piace ancora così tanto scrivere la letterina a Babbo Natale. Ecco perché, forse, prima di spedirla, se la rileggono cento volte, per essere sicuri di aver detto tutto. Così, cercare di vivere senza pensieri, in un modo molto somigliante alla concezione di leggerezza di un grande scrittore, anche di fiabe, Italo Calvino, quando ci scrisse: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Planare dall’alto, bello, no? Ora vado, che la slitta con le renne di Klaus stanno per planare, ancora una volta, anche qui, vicino a me. Perché a me, non so a voi, piace crederci ancora. Allora provo a guardare dietro la carta che avvolge il mio regalo, che forse ci trovo scritto qualcosa. Se c’è, è lì, tra la carta e il dono. Che non è tanto il regalo, ma tutto quello che gli gira attorno. Che poi, alla fine, è un po’ come quando ci scappa una lacrima. Che non è tanto per la lacrima in sé, quanto per quello che ce l’ha fatta uscire fuori, per tutto quello, appunto, che le gira intorno.

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Da Filastroketistruck – Raccontelli e Filastrocche – 2017 – ISBN 9788892337435

L’ombraluna e le sei sedie a sdraio

Anche sulla spiaggia di Amoretto a Mare esiste, d’estate, il sabato italiano. Un sabato libero, come la spiaggia.

E la gara, per accaparrarsi il posto migliore in riva al mare, inizia più o meno verso le due del mattino, al netto di quelli che, a mezzo di picchetto conficcato nella sabbia la sera prima, ci lasciano attaccato un giaguaro vivo al guinzaglio e di quelli che, nel corso dei secoli, hanno scavato un tunnel sotterraneo grazie al quale, mentre gli altri si menano per parcheggiare e scaricare tutto l’armamentario composto da quelle due o tre tonnellate di masserizie, li congiunge direttamente dalla cucina di casa alla pole position vista mare.

Poi capita che il giaguaro sbrana qualcuno che improvvisamente emerge dalla sabbia, ma fa lo stesso, sono dettagli trascurabili. Ecchecazzo, il giaguaro ha pure fame, dopo una nottata di guardia. Per tutti i ritardatari sono comunque garantiti ampi spazi di manovra all’ombra della pineta, dove però è necessario un machete ed una buona dose di spirito d’avventura per percorrere il chilometro che separa il verde resinoso da una rinfrescante sciacquata di palle a mare.

Il cerimoniale inizia con la piantata dell’ombrellone, anche in pineta, vaffanculo all’ombra. Ogni famiglia ha, questa è storia d’Italia, il delegato ufficiale a questa operazione cruciale. L’ombrellone garantisce sicurezza alle vettovaglie e delimita, con il passare delle ore, la proprietà, che si sposta come le lancette dell’orologio intorno al fulcro della primitiva impiantata, dovuto alle migrazioni circolari dell’ombra. Per capire esattamente che ore sono, in una qualsiasi spiaggia italiana, guarda dove è seduta la nonna di ogni famiglia. Non puoi sbagliare.

Alle stecche a raggiera sotto la cupola in cotonazzo, più o meno colorata con motivi che variano dal tinta unita all’universale dei fiori e frutti del pianeta, viene appeso di tutto, dal crudo di Parma al provolone con laccio, brache, filze di salamini, canotte, costumi e calzetti (solo quelli del nonno, il quale di mettersi i sandali scalzo non ne vuole neppur sentir parlare, che deve aver qualcosa di nordico nel sangue).

La piantata dell’ombrellone, pertanto, è questione strategica.

Alcuni esempi: Berengario, dell’ospedale il primario solitario, esegue una sabbiosa sottocutanea delicata; Ivo, in pensione ex porno divo ma ancora attivo, lo ficca dentro senza tante manfrine; Ada, casalinga disperada firmata Prada, punta sempre allo spazio vicino ad Ivo, ed Ivo non si tira certo indietro nel favore; Ernesto, guardia giurata fai presto sparalesto, assesta una decina di colpi di mitragliatore al terreno e, con estrema facilità, imbuca l’attrezzo appuntito; Elia, professore di stantìa filosofia, alla punta fa fare certi giri rotativi che sembrano non finiscano mai, tanto è vero che, quando finisce di impiantare l’ombrellone, è quasi già sera e tutti gli altri stanno battendo ritirata verso casa.

Comunque, dopo la piantata, segue l’innestata della parte superiore, fino quando arriva, finalmente, il momento di aprirlo, l’ombrellone, per sentire il sospirato click del fermaglione a scatto, che arriva, arriva, ma dopo quei dieci o venti tentativi e quei due o trecento bestemmioni. È questo il momento più bello, giacché sembra di essere spettatori di uno stormo di uccelli a terra quando iniziano a sbattere le ali per prendere il volo.

Impiantata, innestata, manca solo l’ancorata anti sommossa da eventuali sventate di libeccio. Qui le tecniche sono molteplici, dall’impilata di macigni alla base dell’asta, trasportati dalla vicina cava di marmi, alla tiratura di corde e cordini fissati a picchettate nella sabbia, per la gioia di chi poi ci inciampa come un ebete.

Sono previste anche le poli ombrellonate, quelle che dall’alto assomigliano ai cerchi nel grano. Le famiglie numerose dispongono infatti di un vero e proprio accampamento, costituito fino a trenta o quaranta ombrelloni, con disposizioni architettoniche tutt’altro che banali. Tappeti persiani distesi a terra e tendaggi decorati da sugo all’amatriciana, frittura di melanzana, pangrattato ed ovoprodotti, haremizzano mica poco l’incredibile scenografia.

Presa la posizione, grazie al sigillo ombrellonesco, nel mentre la nonna, seduta sulla sedia da regista rimane di guardia, il resto della truppa inizia a svuotare il container di famiglia, trasportando, dalla macchina parcheggiata al di là della pineta, in spalla fino all’agognata ombra, l’intero arredamento di casa o, più sommessamente, solo la cucina. Fuochi d’artificio enogastronomici iniziano a mostrare tutta la magnificenza dei loro colori: prima meloni vestiti da tre o quattro chili di prosciutto crudo e poi, dai contenitori di tutte le forge, dalle pirofile di tutti i materiali, esce pasta fredda ed insalata di riso, pomodori rossi, peperoni gialli e verdi, ripieni o solo grigliati. Poi tocca ai cinghiali allo spiedo, tra damigiane sotto ghiaccio di vino bianco ed ettolitri di birra che si ingargarozza bella fresca e leggera. Angurie grosse come mongolfiere e rutti che sembrano tuoni senza temporale chiudono la merendina prima del bagnetto. Che si sta leggeri, il sabato, al mare.

Ma quanto siamo belli? Ma quanto? Sotto gli ombrelloni stereo che sembrano jukebox swattazzano musiche semplici, popolari, e tutti ridono, scherzano, si divertono, tranne quando allo sciroppato di turno gli parte un pezzo di Young Signorino. Il giovanotto, smartphone compreso, fa sempre la fine del cinghiale.

Scambi di piatti, di panini, di bicchieri sempre pieni, di sorrisi, di abbracci sudati di sole, roba semplice.

E poi arriva anche la Ramona, del paese la più tetteculonebona, pareo trasparente, costume di filo interdentale color pelle. Lei arriva alle sei del pomeriggio, per fare la preghiera al sole che fa meglio alla salute, sgranocchiando un gambo di sedano crudo e sculettando che la farfalla tatuata sulla chiappa destra sembra che voli veramente. Ha il colore della Nutella. E, neanche a dirlo, tutti i maschi, spiaggiati, si ritrovano improvvisamente a ciucciare un cucchiaio da brodo. Ma gli schiaffoni delle mogli e delle fidanzate iniziano a sventolare come le bandierine tibetane ed un momento di brezza rinfresca il torrido e testosteronico momento pomeridiano.

La festa finisce verso le sette di sera, con il cielo che illumina ancora bene ogni cosa sulla terra.

Tonnino il bagnino birichino è fissato a lucchetto sul trespolo in legno al centro del massacro, permanentemente allerta, e binocolato. Dice di aver visto una pinna dorsale di squalo nel ’78 e da allora non è mai più sceso a terra, se non per mangiare. Mangia solo d’estate. Le altre stagioni per lui non esistono e quindi non se ne preoccupa. Vive con gli avanzi che raccoglie sulla spiaggia. Per questo la spiaggia di Amoretto a Mare è la più pulita di tutto il Mediterroneo.

E poi, dopo aver pulito tutto, prepara le sei sedie a sdraio, colorate, senza ombrellone, poiché aspetta l’ombraluna. Questa sarà la scenografia del suo spettacolo di questa sera: Rossa, per chi nessuno affossa; Gialla, per chi fa fatica, ma nuota, per restare a galla; Verde, per chi nel nulla non si perde; Viola, per chi ama una persona alla volta, ma una sola; Rosa, per chi non si auto scatta in posa e Celeste, per chi di tronfiaggine mai si veste.

Sei spettatori, la luce dal cielo, la musica dal mare e le parole dal dentro che c’è in te. Che se vuoi venire, nessuno ti manderà via.

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Inedito

Che c’è bisogno e bi-sogno…

Il Liceo, anche ad Amoretto di Sotto (o a Mare, fa lo stesso), era un classico, un must sociale per tutta l’oramai ridotta all’osso categoria radical chic del paesello. Da lì erano usciti tutti i più bravi avvocati togati, ingegneri pionieri, medici cosa me dici, finanzieri banchieri, ed anche quelli bravissimi a farsi i cazzi propri, fin tanto da farsi ingabbiare, senza dare troppo nell’occhio, ma solo nel culo, poco poco, della povera gente. Il professor Gustavo Trippa la pippa, docente di filosofia, era noto per le sue prese di tangenziale, nel senso che, mentre faceva lezione, partiva in volo verso destinazioni extra moenia che spesso costringeva il bidellame della scuola a vere e proprie spedizioni avventurose alla ricerca del disperso. Il tutto tra la gioia dei ragazzi smartfonati, i quali, abbandonati a loro stessi, potevano sditazzare à gogo, parlando con quello del banchetto di fianco a colpi di emoticojon, o whatzappare con quella di dietro per chiederle se aveva voglia di accompagnarla al cesso per la risistemata dei quindici o sedici piercing che le trafiggevano la giovane carne. Era Lella la bella bidella che quasi sempre lo ritrovava, talvolta nello scantinato dove sbuffava la caldaia, o nel ripostiglio puzzole degli attrezzi in palestra o nel bagno privato di quel simpaticone di Alcide, il balle arìde presìde. Ma quel giorno, nonostante i numerosi richiami ricevuti, verbali e scritti, dal CSS (Consiglio Scolastico Soprammobili), Trippa la fece grossa, giacché fu ritrovato al capolinea della linea 9, stravaccato sulla poltroncina anteriore con Augusto, pilota di gusto, del lavoro Cavaliere, il ferrotranviere, il quale pazientemente lo stava ascoltando nonostante il suo turno fosse finito da più di cinque ore. La pelle sovradistesa, letteralmente in tensione, oramai trasparente tipo carta velina, dei du’ cugghiuni di Augusto, il quale stava iniziando a meditare seriamente su come sopprimere il professore che mitragliava Esopo e Platone, che persino Aristotele sarebbe svenuto dalla fatica nell’ascoltarlo, minacciava l’esplosione. Ma non ci fu il temuto botto testicolare, poiché il professore, senza peraltro nessun segno premonitore, stramazzò sul pavimento del tram. Chiamarono il 112, il nuovo numero per tutte le emergenze del pianeta, e il 112 arrivò. In Ape Car con marmitta al rumore di bombo peloso velenoso. Era l’ambulanza che il Sindaco aveva donato in modalità provvisoria alla Clinica “Buon Gesù, pensaci tu”. Giulivo l’infermiere cattivo scese in modalità marines dall’abitacolo e, carico di pozioni medicamentose che sembrava un narcotrafficante, invenò il professore all’istante e lo caricò sul cassone del potente mezzo in dotazione. E così, il povero Trippa, da peripatetico quale avrebbe voluto essere, con i suoi ragazzi vicino ad ascoltarlo, a fare domande, riflessioni comuni, ma anche, avrebbe sperato, extra comuni, si ritrovò solo con parte di quell’aggettivo: patetico. E disteso dentro un clinicalletto con tutto il CSS al suo capezzale, schermofilicamente fotografomorbosi sul caso del “poveretto, è andato fuori di testa…”, post it, 1000 like. Ma di notte Adele, l’infermiera dolce come il miele, visto che Giulivo l’infermiere cattivo, da buon paraculo raccomandato, lavorava part time solo la mezza giornata col sole, staccava tutte le flebo di Trippa, alzava il lenzuolo e delicatamente si aggrovigliava come l’edera all’omone e gli sussurrava all’orecchio: “Dai Prof, raccontamene un’altra…”, e come due bambini si addormentavano in mezzo ai lori respiri. E capitava che il Trippa sognava, facendo un casino terribile. E capitava che Adele sognava, facendo un silenzio terribile. E poi capitava che il Trippa e Adele si ritrovavano dentro lo stesso sogno. Quando due sognano la stessa cosa mi pare che si dica bi-sogno. Una mattina Giulivo l’infermiere cattivo, entrando nella stanza del Trippa per la ricarica medicamentosa giornaliera, trovò il letto disfatto, e vuoto. Adele non aveva bisogno di molto. Neppure il Trippa. Avevano bisogno solo di un bi-sogno. Dovunque siano, lasciamoli dormire a tutto touch, senza lo screen.
Comodino lampeggiante. Whatzappmamm: “Adele! Sveglia, la colazione è pronta!”
Due piccoli passi di Adele, giusto per arrivare in cucina.
Mamma, un nano secondo con lo sguardo distratto dal tablet: “No, dai, che sei grande! Lo sai che mamma non vuole che porti l’orsetto Trippa a tavola…”

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Inedito
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