Ma esiste Babbo Natale? Oh sì, e meno male

Va bene, è senza nastro, ma pure senza carta regale,
ben più semplice, ma meno, rispetto ad altro, banale,
questo modestissimo, ma per voi, pensiero di Natale.

Appoggiato con i gomiti sul davanzale legnoso – ma profumoso ed ammorbidito dalla schiera di maglioncini di lana impilati al sapone di Marsiglia – della piccola finestra che dalla cucina dava sull’orto all’esterno, imbiancato e sepolto dalla tanta neve di quell’inverno, lui non sapeva ancora chi sarebbe diventato. Un moccolo di candela, con la poca luce dalla sua flebile fiammella, davanti al vetro appannato di dentro e ghiacciato con tante stelline che lo decoravano di fuori, faceva riflettere il suo volto, sostenuto dalle sue grandi mani, che gli increspavano la ciccia delle gote rosse da sopra la barba fino a sotto le palpebre, sormontate da sopracciglia poderose. Un abbraccio delicato, da dietro, della moglie, lo rifece tornare con i piedi, anzi con gli scarponi, a terra. Klaus, un omone grande e grosso, barbuto, faceva il taglialegna fin da bambino, un lavoro che, nella sua famiglia, si tramandava da secoli da padre in figlio. Ogni anno, la sera del 23 di dicembre, uguale. Davanti a quella finestrella, con il suo ditone indice, ripassava, dopo averle scritte, le iniziali di alcune parole che, la sera seguente, avrebbe regalato ai suoi figlioli, insieme alla loro mamma. Faceva così per non dimenticarsele, quelle parole. Già, perché, in quel tempo, la tradizione voleva che i genitori raccontassero, dopo cena, delle favole, prendendo spunto solo da una parola. Ma ogni volta dovevano essere diverse e, soprattutto, sconosciute ai piccini. Avevano undici figli, tre femmine ed il resto della banda maschi. Capirete che la cosa non era così semplice. Questo, però, era il loro modo, allora, di fare i regali. Donare fiabe, sogni, ed al contempo sentire il cuore scoppiettare di gioia nel vedere i piccini imbalsamati, a bocca aperta e con gli occhietti vispi, sgranati ad ascoltare. Quella sera, mentre mangiava, continuava a guardare quelle otto lettere segnate sul vetro della finestrella. Ne mancavano tre. E di giorni, invece, ne mancava solo uno. Per la prima volta in vita sua era andato lungo e, di ciò, non riusciva a darsi pace. La moglie lo guardava, nei loro sguardi passavano megabyte di messaggi d’amore, anche se lei non era per nulla preoccupata. Otto parole, secondo lei, potevano anche essere divise per undici, un po’ per uno, come si dice, non fa male a nessuno. Lui no, invece. Undici erano, ed undici parole dovevano esserci, belle, come sempre, una per ognuno e undici, ma undici, però, per tutti. Solo punti di vista, non di sutura. Quella sera, mentre leggevano un libro, ai piedi della luce e del calore del caminetto, una dentro l’altro, lei sentiva lo scarpone destro di Klaus che trotterellava sul legno delle assi del pavimento. “Cosa c’è Klaus?” gli chiese. “Vai a farti un giro nel bosco, c’è il chiaro di luna, magari quelle tre lettere che mancano le trovi”, gli disse. Klaus non aspettava altro, si infilò dentro il cappottone di lana, fissò bene in vita il cinturone nero con fibbia dorata, del nonno, ed uscì. Che strana la neve fresca, con il suo profumo freddo, quella cosa che quando cade non fa rumore, ma quando la pesti scricchioleggia che è una meraviglia, quasi ti volesse dire che le stai facendo male. L’esatto contrario di noi umani, che quando cadiamo facciamo un casino industriale, ma quando ci pestano rimaniamo in silenzio, il più delle volte. La luna davvero abbagliava il bosco, quella notte, di luce riflessa, dal sole. Tranquilli, anche allora le palle erano tre, Terra, Sole e Luna, quelle visibili da noartri. Che vi sto raccontando una favola, mica una balla! Quel bosco Klaus lo conosceva come le sue tasche, non aveva paura di nulla, neppure di notte. Infatti quando incontrò quei due orsi di Yoghi e Baloo, li salutò con un arRevenant, mica no. Tra gli aghi dei pini, mezzi incastrati dal ghiaccio, che sembravano diamanti luccicanti nel cielo, in gara di bellezza con le lucine, quelle che chiamiamo stelle, cercava quelle tre parole. Oh, se le cercava. Di parole ce ne sono oggi e ce n’erano anche allora, se ce n’erano, anzi Ce n’erentola, per la precisione. La bellina senza una scarpa lo guardò e capì, seduta stante, che forse era il caso di chiamare la sua amica fatina. Peter Pan, appollaiato su un ramo appena più in alto rispetto a loro due, tirò una flautata di richiamo fatale, a milleduecento watt, così forte che alla sua perennemente innamorata compagnuccia, quella piena di brillantini luccicosi e con le alette che si muovono come quelle dei colibrì, scappò una volgarata antidisneyana, una roba tipo “Ma che cazzo ti sTrilly!?!” Peter nascose il flauto dalla vergogna, però contento di avercela fatta. Era infatti arrivata, una fata. Ma non era ciccetta e carina, tutt’altro, con pure un pizzetto capretto attaccato al mento. Però aveva un non so che, una specie di X Factor. Minchia, era la fatta Morgan. Tutta vestita di nero, si rivolse con uno sguardo da vampiro al povero Klaus bisbigliando a voce roca: “Che hai Klaus? Ti vedo preoccupato, cupo, oserei dire triste”, il tutto condito da una mossa sfarzosamente melliflua. “Non riesco a trovare le tre parole che mi mancano”, rispose l’omone, “che razza di padre sono, domani sera cosa regalerò ai miei piccoli? Ho addosso ‘na tale paura, ‘na tale ansia, ‘na tale angoscia” mentre la fatta Morgan lo guardava con un ghignetto di superiorità. Che pena che le faceva. Dopo averci riflettuto un attimo, sparò l’incantesimo: “Senti un po’, ah bello! Sei grande e grosso, sei padre, tanto amorevole, non temere di ciò. E basta con ‘sta ‘na tale deqquà e dellà. Quindi sarai Babbo, e ‘na tale, visto che ti piace così tanto! Babbo ‘na tale, e bon! Ed ecco il mio sortilegio: fino alla fine del mondo, fino a quando ci sarà anche un solo bambino che crederà in te, tu, ogni anno, alla sera del 24 di dicembre, porterai a tutti loro il tuo pensiero, la tua favola, e lascerai loro liberi di sognare tutto questo e quanto altro desiderino fino a quando non ne saranno stufi” Tutti un po’ scontenti, i presenti, dell’incantesimo. Nessun rumore, nessun botto, nessun colore, nessuna trasformazione, solo una frase e basta. Che tirchia, ‘sta fatta Morgan! Hänsel guardava Gretel, Pinocchio ficcava il naso in un occhio di Little John mentre cercava di non farsi vedere a ridere con Robin Hood, la Bestia prese la Bella per mano dicendole: “Annamosene a casa va’, che qui lo spettacolo è finito ancora prima di cominciare…” Persino il Re Leone, delusissimo, si lasciò scappare: “Ok, hakuna matata, ma che razza di fata…” Al che Morgan, ferita nell’orgoglio, tentò di riparare immediatamente. “Bellina!”, disse rivolgendosi a Cenerentola, “Tira un po’ fuori la zucca e quei due o tre sorcetti, che vi faccio vedere…” Ma non c’erano né i topini, né tantomeno l’ortaggio arancione. “Vabbè, fa lo stesso, ci penso io!”, leggermente irritata dal disguido. Si chinò, raccolse da terra una pigna, l’intera figliolanza di Bianca e Bernie, lanciò il tutto in aria e con un colpo di bacchetta mai visto prima, sparò una tuonata di tutti i colori scortata da tanto di botto in accompagnamento. Un “Ohhhhhh!” di tutti, tranne quello di Klaus, che già aveva immaginato di ritornare a casa, dai ragazzi, su una carrozza principesca trainata da una tripla pariglia di cavalli bianchi. Sai che sorpresa… Seee, bonasera! Morgan lo fece ripiombare nella realtà, dicendogli: “No, ma, spiegami un attimo, dove vorresti andare con una carrozza in mezzo al bosco con due metri di neve, fenomeno! Sarà ben meglio una slitta e ‘ste pelosone cornute, che volano pure, o no?” “Come volano?” chiese Klaus sbigottito. “Forse non ci siamo capiti. Come pensi di andare a casa di tutti i piccini in una sola notte? In carrozza, via terra? Rischiamo di farli diventare nonni, quei bambini, o?” Ma c’era ancora qualcosa che non andava, scenograficamente parlando, per Morgan. “Naaaaa, così vestito, caro Klaus, sei poco credibile, dove vai con quei pantaloni di velluto a coste non larghe, di più, alla zuava, scarponi, cappottazzo di lanona a quadrettoni?” La fatta si girò, cercando in mezzo al pubblico e, appena scorse il Gatto con gli stivali, lo guardò dritto negli occhi e gli disse: “Gattone, vieni un po’ qui, ecco, bravo, c’era una volta il Gatto con gli stivali…” Il gatto diventò matto dalla rabbia, talmente matto che prese parvenze invisibili, a momenti. Ma questa è un’altra storia, quella di Stregatto con Alice ed altre meraviglie, Paese compreso. Cappuccetto Rosso, che già aveva svuotato il cestino destinato alla nonnina mentre si godeva lo spettacolo, se la stava ridendo con gusto. E fu in quel preciso istante che Morgan, anche per ripristinare quell’attimo di decoro, le chiese la mantellina rossa. “Eh no!” sguaiò il lupo. “Non vale! Che fine fa la favola, senza la mantellina di Cappy?!” La fatta Morgan lo incenerì con lo sguardo ed il lupo perse il vizio, ma non il pelo, che gli diventò bianco dalla strizza. Un’altra magata e Morgan, con arte sartoriale indiscutibile, confezionò giacchetta, pantaloni, ed un bellissimo cappellino con pom pom, rosso come il colore del cuore, il tutto orlato di pelliccia bianca, quella gentilmente offerta dal lupo. Il cinturone, quello nero, si intonava perfettamente al colore degli stivali e, pertanto, fu l’unico accessorio che rimase, in originale, addosso a Klaus. E niente, toccava ora provarla, la slitta con le renne. Non ci fu nulla di più semplice, Klaus pensava di volare e le renne volavano, Klaus pensava alle stelle e le renne lo portavano talmente vicino a loro fino quasi a scottarlo, Klaus pensava alle tre parole che mancavano e le renne, volando, gliene facevano raccogliere a centinaia. Poi Klaus pensò ai suoi bambini e le renne lo riportarono a casa, la sera del 24 di dicembre. La moglie di Klaus, nel frattempo, da sola a badare a undici marmocchi per più di un giorno, per la pazienza dimostrata nell’aspettarlo, senza fretta, senza preoccupazioni, né timori, fu promossa Santa subito da quei quattro cherubini che dall’alto del cielo assistevano divertiti e compiaciuti a quanto stava succedendo. Santa la moglie di Klaus, di seguito abbreviato in Santa Klaus e basta, appunto. Ora lo sapete anche voi il perché, tanto per intenderci, dire Babbo Natale o dire Santa Klaus, è la stessa identica cosa. Le parole che regalarono ai loro figlioli, quella sera, furono meravigliose: coraggio, gentilezza, fantasia, comprensione, fiducia, pazienza, amore, tenerezza, generosità, contentezza e felicità. Regali di parole, scritte, lette, ascoltate. Ecco perché, forse, ai bambini piace ancora così tanto scrivere la letterina a Babbo Natale. Ecco perché, forse, prima di spedirla, se la rileggono cento volte, per essere sicuri di aver detto tutto. Così, cercare di vivere senza pensieri, in un modo molto somigliante alla concezione di leggerezza di un grande scrittore, anche di fiabe, Italo Calvino, quando ci scrisse: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Planare dall’alto, bello, no? Ora vado, che la slitta con le renne di Klaus stanno per planare, ancora una volta, anche qui, vicino a me. Perché a me, non so a voi, piace crederci ancora. Allora provo a guardare dietro la carta che avvolge il mio regalo, che forse ci trovo scritto qualcosa. Se c’è, è lì, tra la carta e il dono. Che non è tanto il regalo, ma tutto quello che gli gira attorno. Che poi, alla fine, è un po’ come quando ci scappa una lacrima. Che non è tanto per la lacrima in sé, quanto per quello che ce l’ha fatta uscire fuori, per tutto quello, appunto, che le gira intorno

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Tratto da “Filastroketistruck” – ISBN 9788892337435

L’ultimo dei miei piccoletti…

Ed è arrivato anche lui, ve lo dico con gioia, una raccolta di raccontelli e poesie. E ve lo dico pure per tempo, chissà che non vogliate incartarlo per metterlo sotto il vostro alberello o sotto quello di qualche amica o amico. Che tra poco arriverà Natale, sapevatelo. Per chi tra di voi volesse dargli una guardata, lo trovate qui: laFeltrinelli. E, tanto per rimanere in tema, vogliate gradire un breve raccontello, ve lo dedico di cuore, anche se non comprate il libro, sapevate anche questo.

Ma esiste Babbo Natale? Oh sì, e meno male

Appoggiato con i gomiti sul davanzale legnoso – ma profumoso ed ammorbidito dalla schiera di maglioncini di lana impilati al sapone di Marsiglia – della piccola finestra che dalla cucina dava sull’orto all’esterno, imbiancato e sepolto dalla tanta neve di quell’inverno, lui non sapeva ancora chi sarebbe diventato. Un moccolo di candela, con la poca luce dalla sua flebile fiammella, davanti al vetro appannato di dentro e ghiacciato con tante stelline che lo decoravano di fuori, faceva riflettere il suo volto, sostenuto dalle sue grandi mani, che gli increspavano la ciccia delle gote rosse da sopra la barba fino a sotto le palpebre, sormontate da sopracciglia poderose. Un abbraccio delicato, da dietro, della moglie, lo rifece tornare con i piedi, anzi con gli scarponi, a terra. Klaus, un omone grande e grosso, barbuto, faceva il taglialegna fin da bambino, un lavoro che, nella sua famiglia, si tramandava da secoli da padre in figlio. Ogni anno, la sera del 23 di dicembre, uguale. Davanti a quella finestrella, con il suo ditone indice, ripassava, dopo averle scritte, le iniziali di alcune parole che, la sera seguente, avrebbe regalato ai suoi figlioli, insieme alla loro mamma. Faceva così per non dimenticarsele, quelle parole. Già, perché, in quel tempo, la tradizione voleva che i genitori raccontassero, dopo cena, delle favole, prendendo spunto solo da una parola. Ma ogni volta dovevano essere diverse e, soprattutto, sconosciute ai piccini. Avevano undici figli, tre femmine ed il resto della banda maschi. Capirete che la cosa non era così semplice. Questo, però, era il loro modo, allora, di fare i regali. Donare fiabe, sogni, ed al contempo sentire il cuore scoppiettare di gioia nel vedere i piccini imbalsamati, a bocca aperta e con gli occhietti vispi, sgranati ad ascoltare. Quella sera, mentre mangiava, continuava a guardare quelle otto lettere segnate sul vetro della finestrella. Ne mancavano tre. E di giorni, invece, ne mancava solo uno. Per la prima volta in vita sua era andato lungo e, di ciò, non riusciva a darsi pace. La moglie lo guardava, nei loro sguardi passavano megabyte di messaggi d’amore, anche se lei non era per nulla preoccupata. Otto parole, secondo lei, potevano anche essere divise per undici, un po’ per uno, come si dice, non fa male a nessuno. Lui no, invece. Undici erano, ed undici parole dovevano esserci, belle, come sempre, una per ognuno e undici, ma undici, però, per tutti. Solo punti di vista, non di sutura. Quella sera, mentre leggevano un libro, ai piedi della luce e del calore del caminetto, una dentro l’altro, lei sentiva lo scarpone destro di Klaus che trotterellava sul legno delle assi del pavimento. “Cosa c’è Klaus?” gli chiese. “Vai a farti un giro nel bosco, c’è il chiaro di luna, magari quelle tre lettere che mancano le trovi”, gli disse. Klaus non aspettava altro, si infilò dentro il cappottone di lana, fissò bene in vita il cinturone nero con fibbia dorata, del nonno, ed uscì. Che strana la neve fresca, con il suo profumo freddo, quella cosa che quando cade non fa rumore, ma quando la pesti scricchioleggia che è una meraviglia, quasi ti volesse dire che le stai facendo male. L’esatto contrario di noi umani, che quando cadiamo facciamo un casino industriale, ma quando ci pestano rimaniamo in silenzio, il più delle volte. La luna davvero abbagliava il bosco, quella notte, di luce riflessa, dal sole. Tranquilli, anche allora le palle erano tre, Terra, Sole e Luna, quelle visibili da noartri. Che vi sto raccontando una favola, mica una balla! Quel bosco Klaus lo conosceva come le sue tasche, non aveva paura di nulla, neppure di notte. Infatti quando incontrò quei due orsi di Yoghi e Baloo, li salutò con un arRevenant, mica no. Tra gli aghi dei pini, mezzi incastrati dal ghiaccio, che sembravano diamanti luccicanti nel cielo, in gara di bellezza con le lucine, quelle che chiamiamo stelle, cercava quelle tre parole. Oh, se le cercava. Di parole ce ne sono oggi e ce n’erano anche allora, se ce n’erano, anzi Ce n’erentola, per la precisione. La bellina senza una scarpa lo guardò e capì, seduta stante, che forse era il caso di chiamare la sua amica fatina. Peter Pan, appollaiato su un ramo appena più in alto rispetto a loro due, tirò una flautata di richiamo fatale, a milleduecento watt, così forte che alla sua perennemente innamorata compagnuccia, quella piena di brillantini luccicosi e con le alette che si muovono come quelle dei colibrì, scappò una volgarata antidisneyana, una roba tipo “Ma che cazzo ti sTrilly!?!” Peter nascose il flauto dalla vergogna, però contento di avercela fatta. Era infatti arrivata, una fata. Ma non era ciccetta e carina, tutt’altro, con pure un pizzetto capretto attaccato al mento. Però aveva un non so che, una specie di X Factor. Minchia, era la fatta Morgan. Tutta vestita di nero, si rivolse con uno sguardo da vampiro al povero Klaus bisbigliando a voce roca: “Che hai Klaus? Ti vedo preoccupato, cupo, oserei dire triste”, il tutto condito da una mossa sfarzosamente melliflua. “Non riesco a trovare le tre parole che mi mancano”, rispose l’omone, “che razza di padre sono, domani sera cosa regalerò ai miei piccoli? Ho addosso ‘na tale paura, ‘na tale ansia, ‘na tale angoscia” mentre la fatta Morgan lo guardava con un ghignetto di superiorità. Che pena che le faceva. Dopo averci riflettuto un attimo, sparò l’incantesimo: “Senti un po’, ah bello! Sei grande e grosso, sei padre, tanto amorevole, non temere di ciò. E basta con ‘sta ‘na tale deqquà e dellà. Quindi sarai Babbo, e ‘na tale, visto che ti piace così tanto! Babbo ‘na tale, e bon! Ed ecco il mio sortilegio: fino alla fine del mondo, fino a quando ci sarà anche un solo bambino che crederà in te, tu, ogni anno, alla sera del 24 di dicembre, porterai a tutti loro il tuo pensiero, la tua favola, e lascerai loro liberi di sognare tutto questo e quanto altro desiderino fino a quando non ne saranno stufi” Tutti un po’ scontenti, i presenti, dell’incantesimo. Nessun rumore, nessun botto, nessun colore, nessuna trasformazione, solo una frase e basta. Che tirchia, ‘sta fatta Morgan! Hänsel guardava Gretel, Pinocchio ficcava il naso in un occhio di Little John mentre cercava di non farsi vedere a ridere con Robin Hood, la Bestia prese la Bella per mano dicendole: “Annamosene a casa va’, che qui lo spettacolo è finito ancora prima di cominciare…” Persino il Re Leone, delusissimo, si lasciò scappare: “Ok, hakuna matata, ma che razza di fata…” Al che Morgan, ferita nell’orgoglio, tentò di riparare immediatamente. “Bellina!”, disse rivolgendosi a Cenerentola, “Tira un po’ fuori la zucca e quei due o tre sorcetti, che vi faccio vedere…” Ma non c’erano né i topini, né tantomeno l’ortaggio arancione. “Vabbè, fa lo stesso, ci penso io!”, leggermente irritata dal disguido. Si chinò, raccolse da terra una pigna, l’intera figliolanza di Bianca e Bernie, lanciò il tutto in aria e con un colpo di bacchetta mai visto prima, sparò una tuonata di tutti i colori scortata da tanto di botto in accompagnamento. Un “Ohhhhhh!” di tutti, tranne quello di Klaus, che già aveva immaginato di ritornare a casa, dai ragazzi, su una carrozza principesca trainata da una tripla pariglia di cavalli bianchi. Sai che sorpresa… Seee, bonasera! Morgan lo fece ripiombare nella realtà, dicendogli: “No, ma, spiegami un attimo, dove vorresti andare con una carrozza in mezzo al bosco con due metri di neve, fenomeno! Sarà ben meglio una slitta e ‘ste pelosone cornute, che volano pure, o no?” “Come volano?” chiese Klaus sbigottito. “Forse non ci siamo capiti. Come pensi di andare a casa di tutti i piccini in una sola notte? In carrozza, via terra? Rischiamo di farli diventare nonni, quei bambini, o?” Ma c’era ancora qualcosa che non andava, scenograficamente parlando, per Morgan. “Naaaaa, così vestito, caro Klaus, sei poco credibile, dove vai con quei pantaloni di velluto a coste non larghe, di più, alla zuava, scarponi, cappottazzo di lanona a quadrettoni?” La fatta si girò, cercando in mezzo al pubblico e, appena scorse il Gatto con gli stivali, lo guardò dritto negli occhi e gli disse: “Gattone, vieni un po’ qui, ecco, bravo, c’era una volta il Gatto con gli stivali…” Il gatto diventò matto dalla rabbia, talmente matto che prese parvenze invisibili, a momenti. Ma questa è un’altra storia, quella di Stregatto con Alice ed altre meraviglie, Paese compreso. Cappuccetto Rosso, che già aveva svuotato il cestino destinato alla nonnina mentre si godeva lo spettacolo, se la stava ridendo con gusto. E fu in quel preciso istante che Morgan, anche per ripristinare quell’attimo di decoro, le chiese la mantellina rossa. “Eh no!” sguaiò il lupo. “Non vale! Che fine fa la favola, senza la mantellina di Cappy?!” La fatta Morgan lo incenerì con lo sguardo ed il lupo perse il vizio, ma non il pelo, che gli diventò bianco dalla strizza. Un’altra magata e Morgan, con arte sartoriale indiscutibile, confezionò giacchetta, pantaloni, ed un bellissimo cappellino con pom pom, rosso come il colore del cuore, il tutto orlato di pelliccia bianca, quella gentilmente offerta dal lupo. Il cinturone, quello nero, si intonava perfettamente al colore degli stivali e, pertanto, fu l’unico accessorio che rimase, in originale, addosso a Klaus. E niente, toccava ora provarla, la slitta con le renne. Non ci fu nulla di più semplice, Klaus pensava di volare e le renne volavano, Klaus pensava alle stelle e le renne lo portavano talmente vicino a loro fino quasi a scottarlo, Klaus pensava alle tre parole che mancavano e le renne, volando, gliene facevano raccogliere a centinaia. Poi Klaus pensò ai suoi bambini e le renne lo riportarono a casa, la sera del 24 di dicembre. La moglie di Klaus, nel frattempo, da sola a badare a undici marmocchi per più di un giorno, per la pazienza dimostrata nell’aspettarlo, senza fretta, senza preoccupazioni, né timori, fu promossa Santa subito da quei quattro cherubini che dall’alto del cielo assistevano divertiti e compiaciuti a quanto stava succedendo. Santa la moglie di Klaus, di seguito abbreviato in Santa Klaus e basta, appunto. Ora lo sapete anche voi il perché, tanto per intenderci, dire Babbo Natale o dire Santa Klaus, è la stessa identica cosa. Le parole che regalarono ai loro figlioli, quella sera, furono meravigliose: coraggio, gentilezza, fantasia, comprensione, fiducia, pazienza, amore, tenerezza, generosità, contentezza e felicità. Regali di parole, scritte, lette, ascoltate. Ecco perché, forse, ai bambini piace ancora così tanto scrivere la letterina a Babbo Natale. Ecco perché, forse, prima di spedirla, se la rileggono cento volte, per essere sicuri di aver detto tutto. Così, cercare di vivere senza pensieri, in un modo molto somigliante alla concezione di leggerezza di un grande scrittore, anche di fiabe, Italo Calvino, quando ci scrisse: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Planare dall’alto, bello, no? Ora vado, che la slitta con le renne di Klaus stanno per planare, ancora una volta, anche qui, vicino a me. Perché a me, non so a voi, piace crederci ancora. Allora provo a guardare dietro la carta che avvolge il mio regalo, che forse ci trovo scritto qualcosa. Se c’è, è lì, tra la carta e il dono. Che non è tanto il regalo, ma tutto quello che gli gira attorno. Che poi, alla fine, è un po’ come quando ci scappa una lacrima. Che non è tanto per la lacrima in sé, quanto per quello che ce l’ha fatta uscire fuori, per tutto quello, appunto, che le gira intorno.

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Da Filastroketistruck – Raccontelli e Filastrocche – 2017 – ISBN 9788892337435
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